L’italianata della tassa di soggiorno

http://italians.corriere.it/2016/09/20/gli-hotel-e-la-tassa-di-soggiorno/

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La tassa di soggiorno

Oggi vorrei parlare del concetto di “italianata”, e quella di oggi è la tassa di soggiorno sui pernottamenti in hotel. Mettere una tassa sul turismo in un paese come l’Italia equivale a scegliere il proibizionismo, essendo tra i primi produttori e consumatori di vino al mondo. Un po’ come se i cinesi tassassero il riso e i giapponesi il sushi. L’autocondanna, insomma. Ma non è tutto: la condanna non è per fucilazione, ma per tortura, poiché il cliente va torturato. Il turista e il viaggiatore di affari si ritrovano spesso a sorpresa a pagare 5-10 euro di tasca propria e in contanti poiché diversi alberghi non inseriscono la tassa nel conto magari anticipato dall’agenzia. Allego la mia ultima esperienza di Padova, dove non mi hanno voluto mettere in fattura intestata a una partita Iva l’odiata tassa, e mi hanno rilasciato una anonima ricevuta per pagamento contanti, facendomi perdere così il rimborso spese da parte del cliente. L’obiezione è stata: “il nostro commercialista ci ha detto che bisogna fare così”. La settimana scorsa a Roma la tassa di soggiorno era regolarmente in fattura e saldata con carta di credito. Il loro commercialista forse segue le regole fiscali di un altro paese? Non pretendo che il Ministro dell’Economia Padoan chiarisca personalmente cosa dice la legge, ma di sicuro uno dei due alberghi sbaglia. Il guaio è che sbaglia ad applicare una legge comunque autolesionista e stupida. Un’italianata, insomma.

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