100% riciclabile, ma si può fare molto meglio.

Riciclabile 100%

Su molte etichette dei prodotti con confezione in plastica stanno apparendo alcune scritte che prima non erano presenti, segno che il mondo cambia.

Nella foto c’è la dicitura 100% riciclabile.

Ciò significa probabilmente che il Board dell’azienda percepisce una difficoltà del prodotto rispetto a un modello di consumo responsabile che si afferma.

Forse sarebbe il caso di pensare in modo drastico a un riutilizzo o riciclo incentivato: per esempio fare uno sconto sul riacquisto vincolato al reso del vuoto.

E’ molto, molto difficile da organizzare, costoso, dispendioso e dispersivo, normalmente le azienda del food & beverage non hanno un organizzazione per fare qualcosa del genere, ma la strada è segnata.

E’ una strada difficile e in salita, ma il premio è la fidelizzazione del cliente sull’economia circolare e la green economy, la sostenibilità del consumo: non male, vero?

Se se si vuole essere davvero innovativi occorre garantire più del 100% di riciclabile: il 100% riciclato dalla stessa azienda che immette l’imballaggio nel ciclo del consumo.

Chi vuole raccogliere la sfida?

Il grafico a torta in bianco e nero: indovina il colore!

Grafico a torta in bianco e nero

La casa editrice di questo libro su Instagram appena pubblicato con stampa interna in bianco e nero, non ha minimanente messo in conto che i colori utilizzati per grafici a torta, soprattutto quando le “fette” sono tante, sono letteralmente indecifrabili.

Il libro non costa neanche poco, molto oltre i 20 Euro, ma è paradossale che un libro sul marketing e Instagram non abbia tenuto conto del marketing editoriale: possibile che nessuno nella casa editrice si sia reso conto del fatto che la stampa in bianco e nero rende il libro quasi inutilizzabile?

Libro Instagram

Questo è il motivo per il quale, preso in mano il libro, non l’ho comprato e l’ho riposizionato sullo scaffale dei libri economici della libreria dove l’ho trovato: c’è da sperare davvero che almeno un eventuale e-book digitale abbia i colori!

Nel definire i requisiti, le qualità, le caratteristiche di un prodotto e di un servizio ci si trova spesso di fronte a requisiti estetici, tecnici e prestazionali ritenuti così importanti da fare dimenticare aspetti banali, ma più decisivi nell’acquisto.

E’ pensabile che, alla casa editrice, così presi dal piano editoriale basato forse sulla pubblicazione a pagamento di un testo di un autore, mirata a dare a lui notorietà e budget all’Editore – quindi non sulla base di un mercato e a un lettore obiettivo –  si siano dimenticati di rispondere alla banale domanda di quali bisogni soddisfi la pubblicazione, quale sia il lettore obiettivo, e cosa egli si aspetti.

Ecco perché la qualità di un prodotto non è semplicemente il meglio che noi pensiamo voglia il cliente: è quello che lui giudica tale.

Né più, né meno.

 

 

In Italia lo sport nazionale non è il calcio: è dire di sì, ma con condizioni peggiori del no

LETTERA San Siro, Sala, Danny De Vito e mia figlia

Italians

Egregio Severgnini,

Andrea Monti sulla Gazzetta dello sport di oggi https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/20-11-2019/san-siro-questione-nazionale-3501230183464.shtml si avventura in una questione spinosa: come non far scappare altri 1,2 miliardi di investimenti dall’Italia da parte dei soci (stranieri) di Inter e Milan.

Il sondaggio appositamente commissionato dalla rosea mostra come i tifosi attuali non vogliano che le due squadre di Milano si facciano lo stadio nuovo: ma se i soldi li mettono i soci, i quali contano di recuperarli generando reddito e posti di lavori in Italia, perché fare un sondaggio tra i tifosi?

Non parliamo dei cittadini elettori milanesi che punirebbero il Sindaco Sala se cementificasse la zona dello Stadio, magari bloccandola con lavori per anni.

Quindi il Sindaco Sala dice di sì ponendo alcune condizioni.

Un caro collega di sofferenze interiste, dice sempre che in Italia lo sport più popolare non è il calcio: è quello di dire di sì, ma con condizioni peggiori di un semplice no. E mi fa questo esempio: mia figlia 14 enne vuole andare per la prima volta con le amiche a un concerto e io le dico che può andare se la accompagno io, a un concerto che si tenga non allo stadio e non all’aperto, bensì solo a teatro con le poltrone, dove non ci siano gruppi o cantanti rap o trap o simili e che termini per le 18.00.

Io gli ho risposto che a me invece sembra tanto di assistere alla scena del film “Getta la mamma dal treno”, in cui Danny De Vito, un aspirante scrittore, al corso di scrittura creativa consegna al docente un romanzo giallo in cui ci sono solo due personaggi e al primo capitolo uno dei due viene ucciso. Il docente, Billy Crystal gli dice: “Ma certo che non leggo in classe ad alta voce il tuo racconto: quanto pensi ci metta il lettore a capire che il colpevole è l’altro?”

Il delitto è compiuto, il colpevole c’è già. E abbiamo già capito che le vittime del non decidere mai, come sempre, siamo noi.

 

 

La storia del cliente segnalatore di Google

Sistemi Open

Chissà se qualcuno si ricorda ancora del perché Google vinse la guerra contro i concorrenti, gli altri nativi (allora) motori di ricerca per affermarsi come leader indiscusso su internet.

La fortuna di Larry Page e Sergey Brin fondatori di Google fu un cliente anonimo che inviava ogni tanto mail il cui unico contenuto era un numero. Il team di Google si scervellò, finché colse il suggerimento: il numero erano le parole contenute nella home page di google e il cliente segnalatore scriveva ogni qualvolta si superava il limite di testo da lui indicato.

Questo limite di testo allora era fondamentale per aumentare al massimo la velocità di caricamento della pagina, vista la lentezza della rete degli anni ’90. Fattore critico di successo colto da google e diventato arma vincente, a costo di far scomparire gli insezionisti nella home page (che compaiono solo dopo aver dato l’invio alla ricerca), a differenza di quanto facevano gli altri.

Se osserviamo i siti oggigiorno, proprio negli ultimi tempi, complice Youtube e Instagram, assistiamo proprio al percorso opposto di una ricchezza di grafiche.

Qcom

Le grafiche sono sempre più precise e digitali, i contenuti video sempre più presenti nell’intento di dare una dinamicità al sito, ma soprattutto una emozione avvolgente, come in un negozio di lusso si cura l’esperienza sensoriale di acquisto.

Cedec2

La novità, curiosamente simile alla tendenza delle copertine dei libri pubblicati in questi ultimi anni, è una “trasparenza” della pagina, una terza dimensione. Ciò che quindi era sconsigliato solo pochi anni fa, è quasi una necessità oggi.

Google

Google è restata fedele comunque a quella indicazione e ancora oggi la home page è di un bianco candido davvero senza paragoni, anche se man mano che passano gli anni le motivazioni di allora, quando la rete era lenta, vengono a cadere e vengono soppiantate per altre aziende dalla nuova strategia di comunicazione basata su una immagine che rafforzi davvero l’identità del prodotto e dell’azienda.

Chi non coglie questa evoluzione resta fuori: la strategia (comunicativa) di un business non è una legge immutabile, al contrario l’azienda deve avere strumenti per cogliere i segnali di cambiamento e aggiornarla o addirittura stravolgerla.

Gli esperti interni ed esterni, consulenti specialisti, hanno proprio questo compito, e in Google hanno valutato che la strategia sia oggi accentuare una diversità che diventa oggi sempre più identità, immagine, marchio.

Ecco perché Google è sempre uguale a se stessa e altri no.

 

 

 

I 10 peccati capitali del Marketing (senza dimenticare il peccato originale)

Kotler Blog

Questo interessante libro “in pillole” di Kotler ha il pregio di aver un sottotitolo ancora più interessante: sintomi delle 10 situazioni paradossali spesso ignorate.

1) L’impresa non è cliente-centrica

2) L’impresa non conosce a fondo i clienti obiettivo

3) L’impresa deve definire e monitorare (meglio) i concorrenti

4) L’impresa non ha gestito i rapporti con gli stakeholder

5) L’impresa non riesce a individuare nuove opportunità

6) L’impresa non ha adeguata pianificazione di marketing

7) L’impresa non integra le politiche dei prodotti e dei servizi

8) L’impresa non ha adeguata comunicazione di prodotto e marchio

9) L’impresa non è organizzata per attuare un’efficace strategia di marketing

10) L’impresa non trae benefici dalla tecnologia.

Quanto alle cure, seconda parte del sottotitolo, esse dipendono dal mercato specifico, dal posizionamento specifico dell’impresa, dalla natura e tipologia del business: le cure per il leader di mercato, per le grandi realtà non si adeguano per chi ha strategie di nicchia.

Questi punti di criticità, però, si riferiscono tutti al marketing operativo: sono tutti “figli” di un “peccato originale” e cioè spesso la non definizione chiara e precisa della strategia di posizionamento dell’impresa.

La strategia è semplicemente la risposta a questa domanda: quale parte del mercato è la mia parte di mercato da servire, difendere, sviluppare?

Il ruolo del Consulente di Direzione aziendale, è proprio quello di individuare e aggiornare e, se serve, stravolgere il posizionamento strategico insieme all’imprenditore.

 

Perché le PMI hanno gestionali complessi e non li usano

Ristorante there is no place like home menu

Immaginiamo di essere al ristorante e di avere di fronte un menù fatto di una sola pietanza: tacchino al forno: non credo che accetteremmo, a meno di essere a Natale.

Di fatto, però, di fronte al menù del gestionale aziendale, già pagato con tanto di licenza, in cui sono visibili molte aree e funzioni evolutesi nel tempo grazie dalle richieste di altre aziende, le PMI spesso non lo consultano, non lo studiano e non lo usano.

Se molte altre aziende, per esempio, hanno voluto una personalizzazione che poi è diventata uno standard è perché utilizzano il CRM, o campi di segmentazione delle anagrafiche, funzioni di programmazione della visite agenti, comunicazioni coi clienti.

E cosa saranno mai alcune schede aggiunte, per esempio, sull’anagrafica dell’articolo a magazzino? E perché invece di una ci sono decine di statistiche, estrazioni, dati delle movimentazioni? E questo margine: come sarà calcolato? Con o senza le provvigioni?

Lo scadenzario, lungi dall’essere un registro IVA (?!?) intoccabile e sacro, serve per esportare e generare flussi anche diversi da quelli delle fatture ed è la base di una tesoreria. Se c’è, perché non usarlo? Perché costruire improbabili fogli Excel aggiornati manualmente e gestire una doppia contabilità dei saldi bancari extracontabilmente?

Spesso un po’ tutti i prodotti ITC in azienda subiscono una sorte simile.

Questo banale aspetto è sintomatico della mancanza di sguardo strategico e approccio organizzativo delle PMI, alcune più non tanto medie, ma che si avviano ad essere grandi.

Per quanto un po’ di responsabilità è da attribuirsi alle Software house che dovrebbero “vendere” davvero e fino in fondo il proprio prodotto e le sue potenzialità, nessun fornitore di gestionale ha le conoscenze complete della complessità aziendale organizzativa, gestionale, finanziaria, commerciale e produttiva.

La significatività dei dati è un aspetto importante: solo un controller, un data manager o un consulente aziendale nella funzione di project possono veramente comprendere a fondo la natura, la fonte, la coerenza, la correttezza dei dati per lo scopo conoscitivo.

Ma c’è molto altro: la paura psicologica del cambiamento, le resistenze, l’ossessione per l’operatività che impedisce di fermarsi un attimo a ragionare. Questo anche perché spesso l’imprenditore non conosce a fondo come funzionano i programmi e come lavorano i suoi collaboratori i quali, essendo la sua unica fonte di informazione, spesso ingigantiscono le problematiche al cambiamento.

La consulenza aziendale è un po’ come un gestionale infinito parlante, accumula l’esperienza di tanti casi aziendali e ci dice come sono stati affrontati problemi simili, e ci dà un patrimonio di attività di motivazione, formazione, studio, calcolo, misurazione, verifica e correzione degli errori fatto su migliaia di casi in cui qualcuno si è posto la domanda: “ma non c’è un modo di farlo meglio e più velocemente?”.

E questo patrimonio di esperienza è spesso incorporato nel menù del gestionale: ecco perché non ha senso un menù fatto di una sola pietanza.

Autostrade per l’Italia: qual era la delega ai manager, quali gli strumenti di controllo?

Atlantia

La vicenda di Autostrade e della controllante Atlantia dei Benetton, e la revoca della fiducia all’Amministratore Delegato, mi ha fatto tornare in mente un libro di molti anni fa, ripubblicato in questi giorni da Raffaello Cortina Editore col titolo, in italiano, Leader Giullari Impostori.

Per inciso, i titoli originali dei libri di questi due autori, Manfred Kets e de Vries, noti per le molte pubblicazioni sulle teorie organizzative, sono ancora più diretti e drastici: The Irrational Executive: Psychoanalytic Explorations in Management, o addirittura, A Clinical Approach to the Dynamics of Leadership and Executive Transformation.

Tornando al libro di recente ripubblicazione, una parte molto gustosa è quella relativa all’uso dell’umorismo e soprattutto dell’autoironia in azienda per rafforzare la coesione e per smascherare i manager impostori, i falsi leader, i fanfaroni incapaci.

Chi non è autoironico, chi non sa ridere e sminuire le tensioni, sostiene il libro, chi si isola e pontifica, chi scappa dalle relazioni, chi è eterno assente, spesso lo fa per nascondere la mancanza di capacità di leadership.

Tutti noi incontriamo in azienda personaggi di questo genere che generano conflitto e disorientamento e distruggono il clima in azienda, tutti noi nella nostra vita professionale ci siamo trovati di fronte a manager inadeguati e insopportabili.

Ma anche così, un retropensiero si fa subito presente di fronte a uno stile di direzione irrazionale o peggio: dov’è la proprietà che ha nominato quella Direzione Aziendale? Qual è la delega che è stata data al CEO, al CFO, al CDA al Direttore Generale, se dall’azienda scappano tutti per le vessazioni e le prepotenze, col rischio che prima o poi la voce giunga ai clienti e fornitori?

E’ questa la domanda che, al di là di stili di direzione distruttivi, sorge anche nella drammatica vicenda della Società Autostrade. Il paradosso è che la stessa proprietà si è detta stupita della mancanza di controllo, di delega controllata e di misurazione della capacità di far fronte ad obblighi di legge, a procedure e processi la cui inosservanza mette a rischio la concessione autostradale, cioè la stessa esistenza dell’azienda. 

Ma un modello societario e organizzativo/industriale basato su controlli e consulenze professionali di consulenti aziendalisti di parte terza su attività critiche, sul limite della delega agli amministratori ruguardo a questioni strategiche che mettono in discussione il valore aziendale, la continuità del business, chi lo doveva disegnare se non la proprietà stessa insieme a professionisti non dipendenti dall’amministratore delegato?

Non dovrebbe anche lo stesso incarico al CEO essere basato, oltre che su parametri economico/finanziari, su questa parte del risultato, cioè il rischio aziendale, l’immagine aziendale, il suo ruolo sociale, il rispetto delle normative, la qualità dell’organizzazione?

Quando qualcuno controlla se stesso, c’è sempre qualcosa che non va.