A che cosa serve un blog dei dilettanti? Perché il New York Times sta pensando di togliere i commenti dagli articoli? Se democratizzare vuol dire banalizzare il valore dell’editoria.

http://italians.corriere.it/2017/07/08/58161/

Egregio Severgnini, in riferimento al post su “Italians”, non mi stupisce un ridimensionamento della forma di discussione introdotta sotto ogni articolo di un organo di stampa (“Il blog è morto, viva il blog”, http://bit.ly/2tMnvUk ). Il blog è democratico, così si pensava: e invece niente di più lontano dal senso di “partecipazione” e dal “contributo” è una sorta di assemblea permanente di condominio nella quale, per il solo fatto di essere “condòmini” ci si sente in diritto di esprimere la propria “opinione” leggi spesso “insulto”, su tutto e tutti. Ne è la prova provata proprio l’Italian Franco di Cicco (“Boeri, l’Inps, gli immigrati e le pensioni”, http://bit.ly/2ut4XG6 ): scambia il presidente dell’INPS, un economista con titoli internazionali della Bocconi, primo a introdurre un corso in inglese in università, con un architetto, Stefano Boeri. Di confutare le cifre, i famosi 38 miliardi con cui 5 milioni e passa di immigrati sostengono lo Stato sociale, cioè contestare nel merito i numeri e non chi li cita, non se ne parla. Non ci meravigliamo perciò se il blog se non è morto si sente maluccio: si ha la brutta sensazione del festival del dilettante opinionista improvvisato, mentre opinione dovrebbe farla il giornale! Quindi: se seguo una testata mi attendo che mi dica qualcosa che non so già, che sia autorevole competente e preparato il giornalista o l’editorialista o lo studioso che vi collabora con un pezzo. Che il tempo – preziosissimo nell’era digitale! – dedicato alla lettura sia un investimento oltre che uno svago piacevole. Lo stesso riguarda la crisi del libro: se le case editrici pubblicano cose scritte male e noiose, alla fine il dubbio è che siano veri editori, cioè capaci di scovare chi ha “valore” cioè “competenze”, “metodo” e “emozioni” da comunicare agli altri. E “valore” è deve essere qualcosa di prezioso, di raro, di poco raggiungibile, di “non per tutti” e di esclusivo: “democratizzare” cioè banalizzare ciò che si vuole vendere, cari “media company”, fatevelo dire da un indegno umile consulente, è scavare la fossa del proprio lavoro.

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