Si possono studiare le evoluzioni di una lingua, ma non si può imporle a tavolino

http://italians.corriere.it/2017/11/15/lettera-50/

Nel suo post su Italians “L’evoluzione controllata della lingua” D. Petito, solleva un tema che ultimamente sta tornando in auge.

Proprio ieri il Corriere della Sera riportava un articolo di Luigi Ippolito “La solitudine degli avverbi”, ma è soprattutto il libro di Matthew Engel di recente pubblicazione “That’s the Way It Crumbles: The American Conquest of English” ad aver analizzato storicamente il problema in modo rigoroso ma gustosamente giornalistico e scatenato il dibattito dell’americanizzazione (leggi sgrammaticatura) dell’inglese e più in generale del rigore della lingua.

Aggiungo un aneddoto personale: nel preparare un documento per potenziali investitori in manifestazioni ed eventi nella Svizzera italiana, mi sono imbattuto in una frase molto istruttiva. L’autore del testo scrive che la pagina Facebook ha “già più di mille seguaci in pochi mesi”. Non usa follower, nella Svizzera si tende a usare una parola italiana. Noi in Italia all’inizio usavamo per i social, “amicizie”. Ora ormai ha prevalso l’inglesismo, poiché si dà per scontato che non sia né una setta (seguaci, appunto), né però per forza un club di amici veri. E quindi mancando il termine abbiamo assorbito “follower”. Stessa lingua due soluzioni opposte.

Come si nota la lingua viene formata e sformata indipendentemente dalla nostra buona o cattiva volontà. Wolf Schneider scrisse per primo nel suo “Speak German!” nel 2008 da buon tedesco un rigoroso “trattato” che spiegava quando e come avesse senso e utilità coniare un neologismo, di origine straniera o meno. Ma il tedesco è andato avanti lo stesso a “entrare e uscire da se stesso”.

Evoluzione controllata della lingua è quindi come dire “storia futura”: o è storia o è futuro. Noi possiamo studiare il perché ha prevalso una forma, per quanto assurda sia: imporla a tavolino non possiamo.

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