
Ha fatto scalpore al Giro di Italia la recente polemica https://veloracycling.com/news/thymen-arensman-giro-d-italia-media-silence-2026 relativa al ciclista professionista Thymen Arensman il quale è stato accusato dall’organizzatore della corsa rosa RCS sport (la Gazzetta dello Sport) di aver snobbato le interviste di rito con le TV che ne hanno acquisito a pagamento i diritti inclusa Eurosport che ha più volte richiesto l’atleta all’organizzazione.
Il professionista non ha fatto altro che adeguarsi alla tendenza di lungo pertiodo in corso e cioè che il vero business si porta avanti con contatti nominali sui social i quali sono profilati e diretti, e l’azienda in questo business non è l’organizzatore di una gara che fa finanziare la competizione allo sponsor distribuendo poi una parte del fatturato sotto forma di premi: è l’atleta stesso con i suoi sponsor personali, i suoi canali social, il suo business che può divergere anche dalla mera competizione sportiva.
Sappiamo che un calciatore di livello, un tennista del top ranking, un pilota di formula 1 guadagnano 10, 20 anche 100 volte tanto con sponsorizzazioni personali veicolate oggi inevitabilmente sui social rispetto al montepremi dei tornei che dovessero eventualmente vincere. Quindi qual è la novità? Apparentemente nessuna.
Peccato che però uno Jannik Sinner o un Lamine Yamal o un non si rifiuterebbero di andare a farsi intervistare a fine partita dai giornalisti, dagli intervistatori e dalla stessa organizzazione del trofeo: forse perché ragionano in termini di notorietà da mantenere e quindi sanno che queste interviste poi veicolano inevitabilmente traffico ulteriore nei loro profilo social. Nel ciclismo a parte i primissimi (di cui Arensmann non fa parte) si guadagna davvero pochino ed ecco la piccola “ribellione” comprensibile anche se miope.
Forse il ciclismo nostrano, RCS sport in primis, non si sono organizzati per tempo visto il cambio repentino di paradigma, e il Tour non ammetterebbe mai questo sgarbo, e infatti fa firmare agli atleti un codice di comportamento rigidissimo sul protocollo delle interviste del fine gara. Il tour è un brand che sa vendersi anche e soprattutto ai professionisti delle due ruote cui restituisce molto più di ciò che chiede.
Eppure qualcosa di più profondo sembra stia succedendo: chissà, come avvenne anni fa negli USA, una ribellione delle star al sistema potrebbe avvenire, con corridori che chiedono di essere pagati prima e a prescindere per partecipare a gare, tornei, competizioni cui portano… follower e notorietà. E magari ne organizzino di loro in competizione con la corsa stessa. Nel ciclismo una volta c’erano i circuiti.

Chissà: siamo solo all’inizio della nuova era dei media e i social forse appaiono anche già troppo vecchi a propria volta rispetto alle ultime tendenze della generazione Z soprattutto di alcuni paesi che iniziano a pesare di più nella demografia. Perché i gusti anche nello sport cambiano, quindi senza praticanti, e senza uno star business potrebbero finire in declino sport come il calcio, il ciclismo e chissà quali altri.
Attenzione ai cicli generazionali: anche grandi brand (come il Giro e il Tour) devono usare tutti gli strumenti anche i social per raggiungere giovani generazioni altrimenti si è tagliati fuori come tanti appassionati di un vecchio sport di una volta che vive solo di ricordi.
Gianluigi@gianluigimelesi.com