Se gli economisti sono ignoranti di storia, gli storici che fanno gli economisti sono peggio

http://italians.corriere.it/2014/01/18/debito-pubblico-economisti-vs-storici/

In un convegno recente, tra professori di storia dell’Università Statale di Milano si discute di episodi storici di debito pubblico non pagato dal Paese e si sostiene che gli economisti sarebbero ignoranti di storia.

http://lanostrastoria.corriere.it/2013/11/22/perche-gli-economisti-devono-studiare-la-storia/

Cosa ci dicono questi docenti di storia impegnati a organizzar convegni per sanare l’ignoranza degli economisti?  Che in fondo la storia è piena di episodi in cui gli Stati si sono indebitati oltremisura e poi non hanno più pagato il debito sovrano o hanno creato inflazione per abbatterlo.

Grazie: ma spesso per farlo hanno rovinato le economie dei loro Paesi che hanno poi subito un declino inarrestabile, provocato guerre europee e mondiali, rivoluzioni come in Francia per l’eccessiva tassazione, mandando al massacro popolazioni intere, creando inflazione che distrutto il potere di acquisto dei ceti poveri e il risparmio privato che è la base solida delle economie di mercato progredite.

Le parole sono pietre e che bella pietra la parola “consolidamento”, sembra quasi di parlare di una struttura instabile che viene in qualche modo reso più sicura, solida: il debito pubblico argentino nel 2000 in mano a decine di migliaia di pensionati italiani rovinati dal “consolidamento”, cioè dalla decisione dell’Argentina di non pagare più i debiti non fa parte anch’esso della Storia?

Gli storici citano episodi di bolle speculative storiche e recenti, immobiliari e di borsa, e ci dicono che è in crisi il modello Thatcheriano del 1981 “non c’è la società ci sono gli individui”: la crisi del 2008 insomma pone fine all’ipotesi del neoliberismo eccessivo, secondo gli storici del convegno.

La crisi del 2008, in realtà a doppia crisi 2008 e soprattutto quella del 2011, è una crisi di debito eccessivo sovrano e spesa pubblica degli Stati che mette in discussione il modello welfare. Questi Stati non producono più crescita, stanno invecchiando come popolazione (presto capiterà anche alla Cina che ha una età media quasi doppia dell’India per esempio). In questo modo i Paesi emergenti si domandano chi pagherà quel debito e quella moneta con cui continuano ad essere pagati.

Paesi europei e occidentali dove si spende il 50% del PIL in spesa pubblica corrente e improduttiva per pagare apparati e stipendi pubblici spesso inefficienti, compresi quelli di docenti in università pubbliche che da decenni non producono pubblicazioni degne di nota e sfornano laureati semianalfabeti se paragonati ai loro coetanei europei o mondiali, Paesi con pensioni eccessive squilibrate rispetto all’aspettativa di vita media, Paesi con investimenti in infrastrutture, formazione e università competitive, e innovazione insufficienti. Questi Paesi devono scegliere nuovi modelli di welfare e non si possono permettere di andare avanti all’infinito con il modello “from the cradle to the grave”. Scegliere le priorità proprio per salvarlo il welfare.

Paesi come l’Italia, con il 133% di debito pubblico, spesa pubblica oltre 50% di debito pubblico, una pressione fiscale oltre il 65% sull’economia non sommersa che distorce i mercati, caste, consorterie, ordini, baroni universitari, anni per ottenere autorizzazioni per aprire un’azienda, con burocrazia asfissiante e incomprensibile, tempi di giustizia di anni e anni, certezza e continuità delle regole fiscali inesistenti e una libertà economica paragonabile a uno Stato africano semi-tribale.  Non certo un mondo thatcheriano.

E’ la crisi del debito pubblico e del modello di welfare quello che la storia ci consegna, altro che crisi del neoliberismo e dell’eccesso di mercato!

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