Autostrade: la comunicazione umana è possibile?

Cartello the cess

Ho preso questa immagine in un paesino dell’entroterra ligure, Triora: essa comunica molto più dell’informazione in sé che ogni ristorante deve dare ai suoi clienti (specie se in una città medioevale il bagno è esterno al locale): ci dice di un modo di essere scanzonato dei gerenti, forse circondati fino alla nausea da turisti da ogni dove, ma forse prende in giro anche il proprio non essere granché poliglotti.

Recentemente si è scatenato il dibattito tra gli aziendalisti sul comportamento della Società Autostrade che, secondo molti, avrebbe sbagliato i modi, i canali e i tempi per reagire al crollo del viadotto di Genova.

Secondo molti esperti di comunicazione, nel web, nel mondo social e in quest’era della comunicazione istantanea, il board e forse anche i Benetton stessi avrebbero dovuto metterci subito la faccia, recarsi sul luogo del disastro, comunicare la propria vicinanza con le vittime, esprimere rincrescimento e dolore e senso di colpa, promettere risarcimenti e comunicare di aver appreso dall’errore compiuto.

Il lungo silenzio seguito al disastro non avrebbe perciò pagato, perché avrebbe in qualche modo scatenato l’immaginario – purtroppo di questi tempi complottistico, giustizialista e aggressivo – contro una grande società distruggendone la reputazione.

Probabilmente anche le questioni legali in questo caso hanno avuto il sopravvento: sarà emerso quanto fosse sbagliato scusarsi finché approfondite analisi di tecnici molto esperti commissionate dalla magistratura non avranno dimostrato senz’ombra di dubbio che le cause sono imputabili a una mancata manutenzione e alla sottovalutazione dei rischi, e non invece a un difetto strutturale del ponte e dei piloni su cui poggiava.

Queste due esigenze sono inconciliabili e quindi sorge ancora una volta il tema della possibilità  di una vera comunicazione umana. Tutti sappiamo per esempio che il rischio, se non la certezza, per la società che si curi di reagire subito è quello di vedersi insultata comunque sui social e bersagliati azionisti e manager dalla massa di plotoni di odiatori, che a quanto pare riescono benissimo a costruire la macchina dell’odio, a comunicare in modo efficace e virale una guerra contro i “giganti” cattivi diffondendo notizie non verificate, ma “desiderate” che vengono percepite come più vere di quelle reali. Viene da dire che di fronte a qualcosa come “l’evento perfetto” contro “l’azienda nota”, poco resta da fare e si sbaglia sembre.

Siamo dunque tutti monadi incapaci di comunicare a pieno il nostro essere e sentire di esseri umani, come lo siamo tutti, pieno di valore e speranza, ma capacissimi nella massa di trasmettere un odio viscerale?  Per fortuna il cartello ci dice che qualche speranza c’è.

 

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