Il prezzo del cacao: un caso di incredibile volatilità. Voluta?

In questi giorni stiamo assistendo alla clamorosa parabola discendente del prezzo del cacao che conclude un percorso di discesa iniziato non molti mesi fa, a metà del 2025.

All’inizio del 2025 il prezzo alla tonnellata sfiorava i 12.000 dollari la tonnellata, a metà del 2025 intorno agli 11.000 oggi quota poco sopra i 3.000 e potrebbe raggiungere a breve la quotazione del 2023, circa 2.000 dollari.

Una variabilità così elevata significa per la filiera produttiva l’impossibilità di fare prezzi, visti i tempi di produzione importazione trasporto e trasformazione produttiva. In realtà tale impossibilità è data proprio da strumenti finanziari, i future tra tutti, che costituiscono un po’ un paracadute attraverso il quale è possibile fissare un prezzo, ordinare una quantità senza attendere la raccolta ed essere vulnerabili alle variazioni di prezzo: in pratica sono gli stessi operatori ad aver posto le premesse di tale instabilità.

Per “giustificare” l’incremento degli anni scorsi sono state portate motivazioni di volta in volta, raccolta scarsa, un parassita, il cambiamento climatico, dazi, crisi geopolitiche l’impennarsi dei noli marittimi: un po’ come in tutti i settori nel periodo 2023-2025 è proprio successo di tutto, mancava giusto l’invasione delle cavallette, per citare John Belushi ne I Blues Brothers.

Mancava, ho scritto? Se inserite su Google modalità AI in realtà c’è proprio stata una Locust Invasion che guarda caso ha minacciato severamente la produzione.

La cosa curiosa è che oggi, all’alba del febbraio 2026 il prezzo precipita perché un future scommette su un crollo dei prezzi e quindi al di là delle variabili reali, i prezzi sembrano incomporare subito una scommessa che è sulla carta.

Evidentemente le locuste non ci sono più, i noli, è vero, sono crollati, ma era così anche nel 2025 fin dall’inizio, e così le altre ragioni addotte, il tutto quando il prezzo del cacao era quasi ai massimi. Si sarà già capito quindi che in molti pensiamo che questo caso è da ricondurre a quello delle speculazioni con movimenti creati ad arte per far soldi da parte di tutti, produttori, logistica, chi incassa dazi che sono sul valore, trasformatori, mercati finanziari e dei derivati, distrubuzione. Tutto a spese del consumatore.

Chi opera nei settori e assiste a movimenti così bruschi sulle materie prime, alimentari e non, si trova esposto a rischi che spesso non sono l’evento catastrofale, geopolitico o econonico straordinario: ma a “rally” voluti e provocati per ridefinire i mercati e mettere in crisi intere filiere, raccogliendo magari poi i risultati dell’aver azzerato i vantaggi competitivi.

Per tutti questi motivi, la qualità delle decisioni in azienda deve crescere, occorre avere una visione di largo respiro, acquisendo competenze, conoscenze, strumenti e metodologie interprofessionali e facendo la scelta di crescere qualitativamente e quantitativamente.

Per chi ne vuole discutere: gianluigi@gianluigimelesi.com

Piste rosse, piste nere e piste blu: un interessante parallelo del rischio traumatologico con la gestione del rischio aziendale

Le olimpiadi invernali sono in corso e gli sport sulla neve e sul ghiaccio sono all’ordine del giorno e Milano Cortina Bormio e le Valli Trentine e Bolzanine sono al centro dell’attenzione mondiale.

Nel 2024 è stata pubblicata un’interessante ricerca della società italiana di ortopedia e traumatologia, confermata anche recentemente https://www.orthoacademy.it/epidemiologia-traumi-piste-sci-piste-nere/ che ha mostrato come la maggior parte degli infortuni, oltre 50% avvengono sulle piste rosse (media difficoltà) e sulle piste blu (difficoltà bassa) con il 40% dei casi. Sulle piste nere avvengono solo 9% degli incidenti.

La caduta autonoma, con oltre 75% per cento dei casi è la causa dei traumi, mentre le collisioni sono una causa minoritaria. Le categorie più coinvolte sono gli over 50 e i bambini. I consigli degli ortopedici sono Preparazione Atletica, Attrezzatura Adeguata, Indossare il Casco e ridurre la Velocità.

Da questi dati si evince come il rischio anche in ambito aziendale sia da un lato prevedibile e gestibile a condizione di organizzare strumenti evoluti e adeguati al monitoraggio delle attività, procedure, istruzioni, verifiche, pianificazione degli strumenti.

Dall’altro lato, il fatto che gli infortuni avvengano su piste relativamente più facile significa che l’evento non dipende solo dalla complessità ambientale, ma anche e soprattutto dalla mancata preparazione o predisposizione atletica, e dalla scelta di chi non è preparato di abbassare il livello di complessità: la percezione è diversa dalla realtà!

E qui il parallelo finisce: le aziende che si trovano dover a competere su “piste nere” spesso scelgono di ridurre il rischio evitando la competizione e scegliendo nicchie meno ambite, ma questo non riduce affatto il rischio se non c’è adeguata preparazione.

Infatti i settori, i business, e gli ambiti competitivi più rischiosi sono di regola sempre (premio per il rischio) quelli più profittevoli.

Meglio dunque pianificare adeguati strumenti gestionali per la gestione del rischio e individuare responsabili di gestire questi strumenti: l’azienda non deve individuare figure e ruoli aggiuntivi, addizionali e differenti, ma deve usare gli stessi strumenti, referenti e processi per gestire anche il rischio.

La prima cosa da fare è dunque mappare, analizzare il rischio e pianificare strumenti da progettare insieme alla selezione e alla formazione delle figure preposte alla gestione di sistemi e ambiti competitivi complessi: la figura del consulente aziendalista è tipicamente quella del project manager che si affianca alla Direzione Aziendale per queste attività, individuando, se non presenti in azienda nuove figure e ruoli.

E’ proprio il caso di dire: non rischiate di non correre un rischio che si può gestire se questo significa il declino dell’azienda!

Per approfondimenti: gianluigi@gianluigimelesi.com