La valutazione delle aziende in crisi: un testo e molti spunti

Il testo di Mauro Bini – Egea 2025 è un manuale che racchiude il valore maggiore per gli studiosi di azienda: la capitalizzazione dell’esperienza di anni.

E’ del tutto evidente che valutare un’azienda in crisi, in forte tensione finanziaria, oppure in avvitamento verticale con perdita di volumi di affari, e via dicendo con i vari stadi della crisi ben individuati dal testo, richieda logiche differenti. E soprattutto molte competenze specialistiche e un approccio metodologico diverso, come lo stesso autore ci spiega nella scheda del libro in quarta di copertina. Ma è proprio così diverso? O, invece, non sono proprio queste logiche differenti a dover entrare nelle valutazioni d’azienda non in crisi?

Infatti, per fare un solo esempio, anche per valutare un’azienda non in crisi, quando si parla di una quota o un ramo, richiede di non applicare pedissequamente “correttivi” o “coefficienti di abbattimento” proporzionali: perché i nove decimi di un vantaggio competitivo o di un capitale umano alla base dell’avviamento possono non valer o non generare nulla di quel vantaggio competitivo.

Va da sé – e citiamo sempre la scheda del libro – che a valutare un’azienda in crisi debba essere un team autorevole e variegato, indipendente, composto oltre che di tributaristi, fiscalisti ed esperti di diritto societario (per eventuali concordati) anche di aziendalisti e tecnici, manager e di figure professionali e di mercato che conoscano il valore di quella specifica azienda in quello specifico mercato, per determinare se l’azienda è risanabile o meno, al fine di prenderne la parte “esdebitata” (la good company) .

La tecnica di valutazione nelle varie fasi è come sempre rigorosa e ben presentata, ma non è l’unico… parametro di valutazione di questo testo. E riporto qui le dieci + una motivazoni alla scrittura di questo testo cui seguiranno le mie dopo la sua lettura:

  1. perché la valutazione delle aziende in crisi è complessa, molto più complessa della valutazione di aziende in condizioni ordinarie
  2. perché la valutazione di aziende in crisi è intellettualmente sfidante e richiede molto giudizio (professionale)
  3. perché la valutazione di aziende in crisi deve generare consenso
  4. perché manca un quadro tecnico di riferimento unitario e conseguentemente le valutazioni in questo campo sonofondate sulla pratica con rule of thunb o fattori di aggiustamento più o meno giustificati
  5. Perché ci sono pochi altri ambiti nei quali la valutazione può definire le sorti dell’azienda oggetto di valuazione
  6. Perché si è sviluppato nel nostro Paese un mercato di crediti non performing single name, ceduti da banche e acquistati da intermediari specializzati, che erspimono prezzi apperentemente inconciliabili tanto coni valori ricavabili dai piani di ristrutturazione quantocon le valutazioni di bilancio e più in generale con le stime richieste dalle procedure
  7. Perché l’effettto “calendar provisioning” nella regolamentazione bancaria ha cambiato il rapporto tra debitore in crisi e banca
  8. Perché la crisi nasce molto prima dell’insolvenza di fatto o probabile
  9. Perché la gestione dell’insolvenza concentra l’attenzione sulla capacità di generare cassa mentre la soluzione della crisi riguarda la capacità di reddito prospettica
  10. Perché errori di prospetttiva possono condurre a valrori insensati nel caso di aziende in crisi

Il punto aggiuntivo è legato al non meno importante aspetto del tutelare l’interesse pubblico.

Aggiungo qui sommessamente (e umilmente) i miei di fattori dal punto di vista di consulente aziendalista:

  • La valutazione d’azienda in generale è un po’ “la prova del nove” un po’ la summa teologica di tutte le attività e capacità imprenditoriali, manageriali e professionali, poiché quel valore che si vuole creare con una strategia organizzativa, con un piano di azione sul mercato, con una revisione della catena del valore, con un’innovazione tecnologica o di sistema prodotto deve poi trovare riscontro nel valore del business aziendale.
  • Spesso si confonde la valutazione con il prezzo di mercato, la negoziazione, il prezzo richiesto nel teaser: e questo testo riporta la valutazione nell’ambito del proprio ruolo, pur restando aperto all’altro aspetto e cioè come il mercato può essere attratto da un ramo d’azienda in sé generatore potenziale di valore, e approfondendo le differenze. Insomma: le figure chiamate a valutare il “complesso di beni organizzati” devono rappresentare in modo chiaro l’aleatorietà della valutazione stessa come base per individuare un prezzo di mercato in base a un metodo riconosciuto dalla controparte come ragionevole e consistente a seconda del verificarsi o meno di una serie di fattori, scenari, azioni e comportamenti anche organizzativi
  • Le valutazioni “obbligatorie” spesso si scontrano con quelle non obbligatorie e mirate a porre una base nel teaser del metodo condiviso dalle parti coinvolte in una negoziazione M&A, investitori, azionisti, banche, fondi, collaboratori aziendali: e c’è un mondo di contributi in questo libro per comprendere questo gap.
  • Il punto 8, legato ai fattori rilevati della crisi “ex post” è un notevole contributo alla prevenzione di tali fattori ex ante: il tempo gioca un fattore formidabile nell’anticipazione del rischio e nella strada da intraprendere per non “bruciare” valore ai primi segnali del crollo e sappiamo come la valutazione di un’azienda passi anche attraverso la valorizzazione delle “buone pratiche” e “strumenti evoluti per la gestione del rischio” (non solo finanziario)
  • Il punto 9 richiede la creazione di un team composito per confermare le ipotesi di generazione futura dei flussi, quindi come ben detto capacità attuale di margine. Si è visto che se il “piano” alla base di un concordato in continuità è presentato dall’imprenditore stesso, può essere visto come un “wishful thinking”.
  • Aggiungo in sintesi: la presentazione di statistiche dei casi di contenzioso per la differenza tra il valore ipotizzato e quello mostrato nel tempo, contestazione della valutazione, tipologie di illiquidità, aspetti legati al debito e al flusso di cassa operativo, e via dicendo.

Un testo così esaustivo e poderoso non si può certo riassumere in una riflessione di qualche riga: ma dopo 30 anni come consulente di direzione nelle aziende mi sento di consigliarlo paradossalmente soprattutto a chi non abbia l’azienda in crisi ma voglia comprendere come ragiona il mercato e la collettività in termine di valore, in particolar modo in tempi di “bel tempo” come capacità di prevenire molte delle cause della crisi, e di rafforzarsi in previsione di cicli ricorrenti di recessioni per fattori endogeni ed esogeni, geopolitici, tecnologici, ma anche e soprattutto di azioni deliberate dei leader di mercato per ridefinire il settore a monte, a valle e in ogni suo aspetto, quando di non ridisegnarlo violentemente con speculazioni sulle materie prime, come purtroppo abbiamo visto recentemente. Buona lettura!

gianluigi@gianluigimelesi.com

I falsi miti dell’Intelligenza Artificiale: un libro per riflettere

Non mancano nel panorama editoriale diversi testi tecnici (e articoli scientifici) molto esaustivi e al contempo divulgativi che chiariscono bene dal punto di vista contenutistico il concetto di Intelligenza Artificiale, come è nato storicamente il termine, come si è sviluppata la storia del cosiddetto “apprendimento della macchina”, le tipologie, gli approcci.

La domanda che però emerge sempre in azienda (e spesso, ironia della sorte guarda caso all’interno delle case editrici nell’analizzare un testo o addirittura nel generarlo per la pubblicazione) è quanto sia vero che la macchina pensi.

Gli imprenditori, che in Italia spesso non hanno scolarizzazione elevata, o comunque specifica nel campo della tecnologia legata all’AI, curiosamente pongono sempre la stessa domanda che così posso riassumere: “ma è un programma solo un po’ più flessibile, sofisticato e potente per i dati che riesce a masticare o è proprio intelligenza che pensa?”

Ecco, leggendo questo libro, mi è tornata a mente proprio questa domanda, in particolare al concetto di “pensare” e al significato che ognuno di noi dà al termine. Accenno solo qui di aver sentito l’autore alla radio dire egli stesso quanto tutti, credo, abbiamo capito e banalmente che se proviamo a chiedere allo strumento qualcosa che conosciamo bene, ci accorgeremo che magari lo strumento risponde in base a ciò che è stato inserito in esso, coscientemente, o incoscientemente, consapevolmente o dolosamente.

Non voglio svelare nulla dei 10 miti ben riassunti e “puntuti” cioè ideonei a lanciare – come ogni testo deve fare – la riflessione circa questa tecnologia apparentemente così “disruptive” dirompente e devastante in certi suoi aspetti. Questo libro è appunto un contributo critico, non è un manuale, ma parlando di intelligenza, cito la scheda che ben riassume la ragion d’essere di questo prezioso contributo, cioè per citare Manzoni, l’intelligenza della sua narrazione: “tra rigore e leggerezza, il libro decostruisce semplificazioni, suggerisce nuove prospettive, stimola domande. Senza offrire facili risposte, invita a riflettere sul modo in cui raccontiamo l’IA – e su quanto quelle narrazioni influenzino le nostre scelte, le nostre paure, il nostro futuro.”

Chi lavora e vive la vita aziendale avrà riconosciuto l’approccio critico, introspettivo e consapevole che dobbiamo da sempre avere con la persona umana, con il capitale umano aziendale e l’intelligenza degli esseri umani: e perché, dico io, a maggior ragione non dovremmo averlo con quella artificiale?

Buona lettura.

gianluigi@gianluigimelesi.com

Legge sulla partecipazione dei dipendenti alla gestione dell’azienda: molto rumore per nulla?

Con l’approvazione al Senato della “legge Sbarra” sulla partecipazione dei dipendenti alla gestione dell’azienda per cui lavorano, dopo 77 anni, trova finalmente applicazione l’articolo 46 della Costituzione che recita: “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”

Buone notizie quindi? Non molto.

Negli ultimi anni negli altri Paesi occidentali e soprattutto di quelli anglosassoni, si sono create forme di partecipazione dei dipendenti al capitale sociale e agli utili, ma soprattutto alla gestione nell’ottica di favorire un loro maggiore interesse alla vita sociale e imprenditoriale. Questa elevazione economica e sociale è mirata proprio a creare un clima di coinvolgimento e partecipazione alle decisioni che determinano i risultati aziendali, creando un clima di lavoro migliore e gratificando i collaboratori destinando a essi parte dei risultati al raggiungimento dei quali hanno contribuito con il proprio lavoro.

Ma il coinvolgimento non avverrà però in modo automatico: dovrà essere previsto e regolato da contratti collettivi che ne dovranno stabilire le regole di base e le modalità concrete di attuazione ed i meccanismi di selezione dei rappresentanti dei lavoratori. Sono quindi escluse moltissime che non hanno rappresentanza sindacale, in pratica quasi tutte le PMI, che rappresentano il 72% dei lavoratori.

La nuova legge, in particolare, prevede la possibilità di includere i rappresentanti dei lavoratori nei consigli di sorveglianza, nei consigli di amministrazione e in altre posizioni decisionali per garantire una visione più equa e condivisa degli obiettivi aziendali il che esclude tutte quelle aziende, prive di consigli di sorveglianza e con organi di gestione monocratici o comunque privi di rappresentanza di professionisti e sindacalisti.

A questo proposito, l’indicazione di un sindacalista in base a un accordo contrattuale collettivo e delle modalità di attuazione, anche se la legge stabilisce che “i lavoratori devono essere coinvolti nel processo di selezione”, limita la possibilità che i lavoratori vengano davvero coinvolti nella scelta di professionisti terzi, competenti e preparati, indipendenti anche e soprattutto dalle logiche sindacali, che svolgano un vero ruolo di crescita della capacità del lavoratore di comprendere le esigenze aziendali e di operare le scelte nell’interesse dell’azienda e di tutti gli attori coinvolti.

Per quanto riguarda la partecipazione economica e finanziaria dei dipendenti al risultato, vengono poi introdotti incentivi fiscali legati alla distribuzione degli utili aziendali ai lavoratori e piani di partecipazione finanziaria che permetteranno ai lavoratori di acquisire azioni aziendali, anche in sostituzione di premi di risultato, il che fa pensare che non vi sia un “di più” ma un “invece” cosa che rischia di trovare opposizione tra chi vede da un lato qualcosa di certo oggi e dall’altra di incerto e aleatorio domani.

Il colpo di grazia è stato il fatto che nella votazione del testo di legge definitivo è stato ridotto da 10mila a 5mila euro il limite per l’applicazione dell’imposta sostitutiva del 5% sugli utili distribuiti ai lavoratori. Eliminata, inoltre, la possibilità di esentare dal reddito contributi destinati a forme pensionistiche complementari o assistenza sanitaria derivanti dalla redistribuzione degli utili.

Insomma, si rischia di avere solo qualche “poltrona in più” nei CDA e nei consigli di sorveglianza delle grandi e grandissime imprese occupata dai sindacati o loro delegati, tramite loro persone di fiducia, nessuna crescita della “elevazione economica e sociale dei lavoratori” e poco o nulla di distribuzione degli utili e dei dividendi ai dipendenti.

Davvero, se fosse così, se non vi fosse una crescita di cultura economica dei lavoratori, di partecipazione alle scelte e di condivisione dell’identità dell’azienda sul mercato e veri incentivi fiscali sui dividenti ai dipendenti sarebbe molto rumore per nulla.

Gianluigi@gianluigimelesi.com