Se la serva non conosce il mercato, il prodotto e l’analisi differenziale non usiamo i suoi calcoli

'Remember what I said last month about sales figures?'

Una azienda di servizi di assistenza professionale con consulenti da remoto, un prodotto con una forte componente di costo del lavoro (quasi il 92% del costo diretto) si accorge dopo un anno di contratto con un nuovo cliente di essere in perdita prendendo il costo dedicato a quell’account misurato in ore uomo valorizzate a consuntivo.

Sbagliare il prezzo di “uscita” è veramente grave perché il cliente potrebbe non accettare l’adeguamento, ma evidentemente chi ha fatto il “prezzo” del servizio non ha fatto il prezzo giusto basandosi sui costi. Pensava che per una pratica di assistenza ci volessero mediamente 12 minuti e in realtà ce ne vogliono 19. Il punto di pareggio era a 18 minuti. 25% il margine obiettivo. E’ il conto della serva.

Ma è proprio così?

I consulenti dedicati a questo cliente lavorano in realtà per un numero di clienti, qualche decina.  E’ corretto dire che nei 7 minuti restanti avrebbero prodotto margine? L’analisi è davvero differenziale? Qual è il profilo temporale delle richieste? Sul lato minutaggio la risposta è chiudere l’assistenza entro 12 minuti obbligando i consulenti al target? Chiudere con il cliente se non accetta l’adeguamento? A cosa è dovuta la lunghezza delle sessioni? Qual è il valore della consulenza prestata e come si inserisce nella catena di valore del cliente? C’è la possibilità di instradare il cliente a passare almeno in parte le richieste per iscritto via web su un portale, senza esagerare in FAQ in cui si perda, in modo da utilizzare i tempi morti?

Le domande sono moltissime: di sicuro se la serva non conosce l’analisi differenziale, il mercato, il marketing, la catena del valore del cliente – e non la nostra –  è meglio non utilizzare i suoi calcoli per le scelte strategiche.

A che cosa serve un blog dei dilettanti? Perché il New York Times sta pensando di togliere i commenti dagli articoli? Se democratizzare vuol dire banalizzare il valore dell’editoria.

I blog e il festival dell’opinionista dilettante

Egregio Severgnini, in riferimento al post su “Italians”, non mi stupisce un ridimensionamento della forma di discussione introdotta sotto ogni articolo di un organo di stampa (“Il blog è morto, viva il blog”, http://bit.ly/2tMnvUk ). Il blog è democratico, così si pensava: e invece niente di più lontano dal senso di “partecipazione” e dal “contributo” è una sorta di assemblea permanente di condominio nella quale, per il solo fatto di essere “condòmini” ci si sente in diritto di esprimere la propria “opinione” leggi spesso “insulto”, su tutto e tutti. Ne è la prova provata proprio l’Italian Franco di Cicco (“Boeri, l’Inps, gli immigrati e le pensioni”, http://bit.ly/2ut4XG6 ): scambia il presidente dell’INPS, un economista con titoli internazionali della Bocconi, primo a introdurre un corso in inglese in università, con un architetto, Stefano Boeri. Di confutare le cifre, i famosi 38 miliardi con cui 5 milioni e passa di immigrati sostengono lo Stato sociale, cioè contestare nel merito i numeri e non chi li cita, non se ne parla. Non ci meravigliamo perciò se il blog se non è morto si sente maluccio: si ha la brutta sensazione del festival del dilettante opinionista improvvisato, mentre opinione dovrebbe farla il giornale! Quindi: se seguo una testata mi attendo che mi dica qualcosa che non so già, che sia autorevole competente e preparato il giornalista o l’editorialista o lo studioso che vi collabora con un pezzo. Che il tempo – preziosissimo nell’era digitale! – dedicato alla lettura sia un investimento oltre che uno svago piacevole. Lo stesso riguarda la crisi del libro: se le case editrici pubblicano cose scritte male e noiose, alla fine il dubbio è che siano veri editori, cioè capaci di scovare chi ha “valore” cioè “competenze”, “metodo” e “emozioni” da comunicare agli altri. E “valore” è deve essere qualcosa di prezioso, di raro, di poco raggiungibile, di “non per tutti” e di esclusivo: “democratizzare” cioè banalizzare ciò che si vuole vendere, cari “media company”, fatevelo dire da un indegno umile consulente, è scavare la fossa del proprio lavoro.

Avete mai pensato di mettere un faro in alta montagna?

FARO

A oltre 2000 metri di altitudine e alle fonti del Reno, in cima all’Oberalpass, una vetta che divide una valle incantata dei Grigioni – dove la lingua romancia diventa un tuffo nel passato del provenzale e dei dialetti gallico-padani – dalle vette sopra ad Andermatt nel cantone tedesco di Uri al di là del Gottardo, qualcuno ha messo un faro.

Avete mai pensato di mettere un faro in alta montagna?

Se pensate che imitare gli altri, trovarsi questo o quel modello di idolo professionale, umano o imprenditoriale da scimmiottare, dire luoghi comuni del pensiero positivo o del politicamente corretto o scorretto, seguire il gruppo, seguire una fazione, sia essere vincenti, allora non lo avete mai pensato.

Qualche volta per vincere nella vita professionale, sul mercato, qualche volta per farsi notare, oppure semplicemente per essere fino in fondo originali, occorre fare cose che nessuno o quasi farebbe.

La giusta dimensione per l’azienda: creare valore per tutti

La società benefit, un modello che coniuga efficienza e produttività con la partecipazione dei dipendenti ai risultati e la sostenibilità con l’ambiente in una visione creazione del valore di lungo termine.

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-presentazione-libro-la-giusta-dimensione-milano-34877875665

Papa Francesco, le aziende e la meritocrazia

Il ritorno del marketing fisico, materiale, analogico, discreto e… di carta!

https://www.marketingweek.com/2016/03/13/physical-marketing-is-making-a-comeback/?ct_5915783acb277=5915783acb319

Il dati del digitale hanno paradossalmente aiutato il mondo tradizionale del direct mailing cartaceo a profilare meglio il mercato passando dal marketing di massa al messaggio dedicato e personalizzato..E il contatto fisico con il prodotto, con il punto di vendita e soprattutto l’attenzione al messaggio con la carta è enormemente maggiore.

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Breve elogio degli antipatici

http://www.corriere.it/sette/17_maggio_04/breve-elogio-antipatici-73c2bbc8-30a4-11e7-a448-9b138eb1814c.shtml

Tutti vogliono essere simpatici. Ma chi ci prova, forse proprio perché ci prova, prima o poi diventa antipatico. La sindrome non risparmia nessuno: politici, imprenditori, attori e calciatori. Lo sa bene Matteo Renzi. Prima i suoi «ciaone» e «stai sereno» facevano furore. Poi è diventato «antipatico», «presuntuosetto». Ora lo si accusa pure «di aver messo su un po’ di pancetta». In politica non gli si dà pace. Una volta si diceva «Renzi non vince nel partito, ma vince nel voto degli italiani» e ora gli si imputa il contrario. Da rottamatore è diventato un rottamato. La stessa sorte era toccata pure a Silvio Berlusconi. Barzellettiere inesauribile, seduttore, innovatore politico. Oggi le sue platee sono invecchiate, come i suoi slogan. Fascino e simpatia sono un ricordo lontano.

Prima o poi succederà anche ai giovani politici di invecchiare e annoiare. Di sembrare artefatti come i loro sorrisi, teleguidati da sondaggi, clic. E allora quel sorriso posticcio diventerà il “quasi gol”, cantato dal telecronista Nicolò Carosio: l’emblema di una sconfitta. «Il nuovo invecchia e il vecchio torna di moda», come diceva Leo Longanesi. Così anche la simpatia è effimera e può diventare velocemente antipatia. Sull’eterno scontro tra Simpatici e antipatici c’è pure un omonimo film di Christian De Sica del 1998. E pure qui, alla fine della storia, il confine tra simpatia e antipatia non è più chiaro perché troppo sottile. Chi, come me, gira da 26 anni per l’Italia delle imprese, ne ha viste di tutti i colori. Nemmeno gli imprenditori sono immuni dal virus della simpatia forzata. Hanno modelli di riferimento molto vari. Flavio Briatore, Gino Strada, Mario Balotelli, persino Papa Francesco.

Forse però più che i simpatici o gli antipatici accattivanti, dovremmo prendere come modello di riferimento gli antipatici puri. Quelli che incontriamo sin dai tempi della scuola: il compagno secchione o la maestra pignola. Proviamo ad andare oltre gli stereotipi, ad allargare l’orizzonte. Pensiamo a un chirurgo senza orari, che si aggiorna e ci salva la vita, a un giornalista che mette in crisi le nostre certezze evitando di scrivere quello che già pensiamo, a uno scrittore che ci regala una frase memorabile o un verbo che non conosciamo, a un insegnante che fa il suo dovere. Tutti casi in cui si parla di preparazione, scrupolo, coscienza, rigore, etica e correttezza. Doti che non sempre, e non immediatamente, vengono associate alla simpatia. Forse queste persone potrebbero essere e starci antipatiche, perché non sempre cercano il consenso. Però sono preziose e sono quelle che davvero possono dare un valore aggiunto alle nostre vite. E allora gridiamo tutti insieme: «Viva gli antipatici!».