L’ex direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli ha già fatto notare qualche giorno fa come l’Italia sia l’unico paese a non essere tornato ai livelli di PIL pre-crisi. E questo nonostante la politica espansiva della BCE di Draghi. Incalzato da Vespa, il ministro dell’Economia conferma che la ricetta di tagliare la pressione fiscale al 40% del PIL è quella giusta per garantire la crescita, confermato in ciò dal fatto che l’aumento del PIL è dovuto ora all’aumento dei consumi e non dell’export, che invece ora è fermo poiché a livello mondiale l’economia frena. Padoan però aggiunge che il taglio delle tasse dipende dalla crescita stessa, invertendo la causa e l’effetto: è il taglio fiscale a generare crescita, non la crescita a consentire un taglio alle tasse. Io non credo che a far cadere Renzi saranno i ballottaggi e neppure il referendum. Sarà invece una nuova crisi economica, non importa se causata dalla Brexit o dal rallentamento dell’economia mondiale, e ormai non c’è altro da fare che tagliare la spesa pubblica in modo deciso e con essa le imposte sui redditi e sulle imprese: il tempo per Renzi è finito, e farlo nel 2018 non produrrà effetti sui consumi ma consegnerà l’Italia e il suo governo ai suoi avversari.
Author Archives: Gianluigi Melesi
UK: sbagliano quegli imprenditori pro-Brexit
Oltre 300 imprenditori inglesi, come riportato dal “Telegraph” ( http://www.telegraph.co.uk/news/2016/05/15/eu-referendum-more-than-300-business-leaders-back-a-brexit/ ) in una lettera aperta sostengono la Brexit confutando le tesi dei favorevoli al “remain” circa i rischi di una uscita dall’Unione Europea. Le posizioni del quotidiano sono sempre state euroscettiche, e così anche quelle dei suoi lettori imprenditori. Non si tratta poi di imprenditori noti e influenti, ma appunto, essi accusano il fronte opposto di essere portavoce delle grandi aziende e della grande finanza. La lettera è molto asciutta: l’Europa genera solo burocrazia e vincoli, i paesi membri sono in declino economico e comprano sempre meno i prodotti UK, e la chiosa è molto chiara: “It is business – not government – which generates wealth for the Treasury and jobs for our communities”. Questa frase ricorda molto ciò che Ronald Reagan diceva circa il fatto che “lo Stato è il problema, non la soluzione”. Ma Reagan ha forse proposto l’uscita del Texas o della California dagli Stati Uniti o dal dollaro per risolvere i problemi dell’export americano di tecnologia che negli anni ’70 era stata stracciata dai giapponesi? Come la California ha negli anni ’90 ripreso la leadership tecnologica ormai è storia, e non opinabile. In queste settimane in Inghilterra si è sentito di tutto, compreso Boris Johnson che afferma che l’Italia ha perso l’industria automobilistica per colpa dell’UE. E’ vero il contrario: il gruppo FCA è diventato un player mondiale e mezzo nord Italia esporta in Germania tecnologia e componentistica automotive proprio ai tedeschi, al punto che l’export verso la Germania “made in Italy” sta superando quello tedesco verso il nostro paese. Ma per saperlo occorre documentarsi, studiare, analizzare, insomma tutte cose noiose e complesse meglio un bel no populista basato su paure e editoria di basso livello che vende pubblicità un tanto al click, questa volta quello dei Brexit.
Perché ce l’abbiamo tanto su con la cravatta?
– Oggi l’Italia detiene un indubbio primato nel campo delle cravatte grazie alle seterie di Como e alla dinastia napoletana dei Marinella. “La cravatta non deve essere un obbligo, una costrizione” afferma Maurizio Marinella, terza generazione e attuale titolare “deve essere un piacere. In determinate occasioni non si può non mettere e costituisce un segno di rispetto per chi ci sta attorno”. –
Alessandro Marzo Magno – Con Stile. Come l’Italia ha vestito (e svestito) il mondo. Garzanti Editore – 2016 –
La moda il settore storicamente trainante del Made in Italy, siamo l’eccellenza del mondo, abbiamo una storia e una cultura di secoli che ci permettono un vantaggio competitivo irraggiungibile, un settore che vale 10 miliardi l’anno, di cui le cravatte rappresentano circa 500 milioni di euro, ma allora perché ce l’abbiamo su con la cravatta, anche noi italiani? A sentire chi si occupa di risorse umane e il tam tam della rete, la cravatta è simbolo di costrizione, di ingessatura dell’organizzazione, di ambiente ostile alle risorse umane. E’ simbolo di frasi fatte.. immagini, o miti banalizzati o addirittura infantili come il contrasto tra capo (con la cravatta, vecchio, tradizionale, gerarchico, che ci dà del Lei) e il leader (ovviamente più casual, giovane, che motiva, coinvolge, informale, che gioca a ping pong o ai video giochi nell’azienda dove non regna il dress- code).
Ma è proprio così?
La cravatta, il dress code, la formalità nell’ambiente di lavoro sono solo una metafora forse? Oppure c’è una lotta contro un capo di abbigliamento a vantaggio di altri capi di abbigliamento? In molti comparti come la calzatura portando le nostre produzioni all’estero abbiamo permesso ad altri di imparare e portarci via quote di mercato. Ma qui il sospetto è che anche i 500 milioni di consumi in cravatte siano sotto attacco per essere dirottati altrove, su acquisti di abbigliamento o comunque di pura “decorazione” (la cravatta non ha una funzionalità o una utilità, se non di essere un accessorio aggiunto, è questa la sua forza).
Dopo esserci fatti fare le scarpe vogliamo farci fare… anche le cravatte?

Serve un governo che decida
Magari fosse così facile risolvere il problema limitandosi all’elezione dei parlamentari.
Guerriglia Marketing: quando le notizie suggeriscono l’innovazione che dovrebbe precederle…
Se si cerca la definizione in internet di “guerriglia marketing” si troverà che con questo termine si intende una forma di promozione non convenzionale e a basso costo ottenuta attraverso l’utilizzo creativo di mezzi e strumenti aggressivi che fanno leva sull’immaginario e sui meccanismi psicologici degli utenti finali.
Un esempio di guerriglia marketing potrebbe essere quello del doping tecnologico nel ciclismo.
E’ noto che da qualche anno circolano voci della presenza nelle competizioni tra i professionisti di biciclette all’interno delle quali sarebbero stati nascosti piccoli motori che avrebbero aiutato in modo scorretto anche noti campioni a vincere le classiche del nord o certe tappe nei grandi giri.
Poco tempo fa in una competizione di ciclocross, disciplina invernale, una atleta belga è stata squalificata poiché nel tubo piantone della sua bicicletta è stato trovato davvero questo minuscolo meccanismo molto tecnologico che genera una spinta alla ruota.
Da giorni sul network in rete circolano anche diversi video che mostrano casi di cadute di professionisti le cui biciclette a terra mostrano una ruota che gira da sola, facendo appunto leva molto sull’immaginario del pubblico sempre pronto a cercare l’imbroglio.
Chi c’è dietro a questo fenomeno mediatico? E’ voluto o involontario? Non sappiamo ancora, forse solo il tempo ci dirà se il mercato delle due ruote tradizionale, grazie a questo “aiutino” troverà un nuovo boom come è avvenuto negli ultimi anni per Paesi storicamente estranei alla tradizione ciclistica, segnatamente la Gran Bretagna o gli Stati Uniti.
Certo, i produttori di queste biciclette particolari (occorre aprire il telaio per inserire il motorino), molto più care delle già costose biciclette che gli appassionati dello sport comprano per imitare i loro idoli alimentando il mercato, stanno beneficiando di una pubblicità a costo zero. E grazie a questa tecnologia potrebbero poi costruire modelli anche da passeggio che in città sarebbero competitivi con le velocità medie dei mezzi pubblici, visto anche lo sviluppo delle piste ciclabili.
Alle piccole e medie aziende che non hanno possibilità di investimenti enormi in comunicazione, marketing e promozione si apre dunque con la rete una grande opportunità a condizione di saper essere creativi e originali, di comunicare una unicità e una capacità di innovazione spesso rompendo gli schemi e le regole non scritte, a condizione di sapersi mettere in gioco e confrontarsi con visioni diverse ed esterne all’azienda.
Premio ai 25 anni della Libreria Lirus
La Libreria Lirus di Via Vitruvio a Milano premiata dalla Fondazione Umberto e Elisabetta Mauri.

Grazie alla famiglia Oxoli!
Divieti all’italiana
Il pedone camminando sul marciapiede se ne ritrova una parte come “proprietà privata”…. 
Dieci piani di…. Concept Store!
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I francesi e il genitivo sassone…

Gardens’ visit?
Sarebbe interessante chiedere a chi ha messo questo cartello, l’institut des beaux arts de France come facciano i giardini ad andare in visita da qualche parte….
L’Unione Europea e i “four key points”: Cameron ha ragione
L’Unione Europea e i “four key points”: Cameron ha ragione
Caro Beppe, nel farti ancora per “l’Erba dei Vicini” i complimenti per questo (disperato?) tentativo (nel suo piccolo riuscito!) di rendere la TV un contenitore un po’ meno banale, superficiale e riottoso, devo dire che non mi è piaciuto il tuo leggere frettoloso i 4 punti richiesti da Cameron come condizioni per il rinnovo del trattato di adesione del Regno Unito all’Unione Europea, i “four key points” (“The four key points from David Cameron’s EU letter” – http://www.bbc.com/news/uk-politics-34779250 ). Proteggere i paesi che non aderiscono all’Euro significa incentivare l’integrazione e rispettare i trattati che non obbligano all’adesione alla moneta unica e devono al contempo lasciare libera la City di essere una piazza finanziaria mondiale, così come per noi la Fiat, Ferrero o Prada sono ora competitor mondiali. E’ anche doveroso prevedere un welfare che diventi attivo per i neo residenti solo dopo 4 anni di contributi, altrimenti rischiamo di far saltare per aria intere aree del Continente per il rischio di ondate di spostamenti interni basati solo su condizioni asimmetriche dello stato sociale.
Sulla eccessiva regolazione che vincola la crescita secondo gli standard liberali inglese, non solo la porta è aperta, ma siamo in ritardo, come sul welfare, noi continentali, e non serve aggiungere altro! In sintesi abbiamo bisogno di integrarci con il tempo e non per decreto, di lasciare i singoli Stati autonomi in una confederazione che deve avere una pluralità di economie interdipendenti, e non una visione centralizzata che rischia di danneggiare questo o quel Paese, dipendente da questo o quel settore industriale o di servizi, o avente un modello di alto o basso grado di livelli sociali e di tassazione. Se vogliamo ancora l’Unione Europea del futuro, nonostante i vari populismi anti europei che in Francia, in Italia e recentemente in Polonia rischiano di distruggere in pochi mesi ciò che abbiamo in 58 anni costruito dal trattato di Roma del 1957 in qua, dobbiamo accettare di avere più Unione Europea e meno Unione eurocratica.