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About Gianluigi Melesi

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L’Unione Europea e i “four key points”: Cameron ha ragione

L’Unione Europea e i “four key points”: Cameron ha ragione

L’Unione Europea e i “four key points”: Cameron ha ragione

Caro Beppe, nel farti ancora per “l’Erba dei Vicini” i complimenti per questo (disperato?) tentativo (nel suo piccolo riuscito!) di rendere la TV un contenitore un po’ meno banale, superficiale e riottoso, devo dire che non mi è piaciuto il tuo leggere frettoloso i 4 punti richiesti da Cameron come condizioni per il rinnovo del trattato di adesione del Regno Unito all’Unione Europea, i “four key points” (“The four key points from David Cameron’s EU letter” – http://www.bbc.com/news/uk-politics-34779250 ). Proteggere i paesi che non aderiscono all’Euro significa incentivare l’integrazione e rispettare i trattati che non obbligano all’adesione alla moneta unica e devono al contempo lasciare libera la City di essere una piazza finanziaria mondiale, così come per noi la Fiat, Ferrero o Prada sono ora competitor mondiali. E’ anche doveroso prevedere un welfare che diventi attivo per i neo residenti solo dopo 4 anni di contributi, altrimenti rischiamo di far saltare per aria intere aree del Continente per il rischio di ondate di spostamenti interni basati solo su condizioni asimmetriche dello stato sociale.

Sulla eccessiva regolazione che vincola la crescita secondo gli standard liberali inglese, non solo la porta è aperta, ma siamo in ritardo, come sul welfare, noi continentali, e non serve aggiungere altro! In sintesi abbiamo bisogno di integrarci con il tempo e non per decreto, di lasciare i singoli Stati autonomi in una confederazione che deve avere una pluralità di economie interdipendenti, e non una visione centralizzata che rischia di danneggiare questo o quel Paese, dipendente da questo o quel settore industriale o di servizi, o avente un modello di alto o basso grado di livelli sociali e di tassazione. Se vogliamo ancora l’Unione Europea del futuro, nonostante i vari populismi anti europei che in Francia, in Italia e recentemente in Polonia rischiano di distruggere in pochi mesi ciò che abbiamo in 58 anni costruito dal trattato di Roma del 1957 in qua, dobbiamo accettare di avere più Unione Europea e meno Unione eurocratica.

Il ruolo determinante dei cittadini stranieri sui conti dell’INPS e quell’antico vizio degli italiani di opinare sui numeri

Senza i migranti l’INPS fallirebbe in due mesi

Caro Beppe, cari Italians, Laura Soliveri ci dice nel suo intervento che i migranti non servono per pagarci la pensione (“La moda del “servono i migranti per pagarci la pensione”- http://bit.ly/1QdxCGo ). I numeri la smentiscono. Siamo a 4.5 milioni di cittadini stranieri, pari a oltre il 12% dei cittadini che versano contributi. Quanto percepiscono questi stranieri di pensione? Poco o nulla. Al momento sono molto giovani e poi si sa: devi almeno lavorare fino a 65 anni, che diventeranno poi 70, e versare un minimo di tot anni di contributi, come gli italiani. I lavoratori extracomunitari che rientrano nei Paesi di origine, poi, cessando l’attività lavorativa in Italia, non possono chiedere la liquidazione dei contributi versati. Ogni anni quindi abbiamo 15-18 miliardi solo di versamenti loro, oltre naturalmente alle imposte dirette, il che significa che il contributo all’economia è veramente determinante, a parte il fatto che senza questi versamenti l’INPS fallirebbe in due mesi. Nessuno è stato obbligato ad assumere extracomunitari, nessuno straniero è stato obbligato a lavorare per i datori di lavoro: evidentemente questo è un fatto, e sono sicuro che in un Paese in cui il presidente dell’associazione calcio parla di mangiatori di banane, semmai è vero il contrario: e cioè che a molti stranieri è stato di fatto impedito di lavorare per pregiudizio, razzismo, omofobia e diffidenza. Mi dispiace molto per Laura Soliveri, ma i numeri non sono né di destra né di sinistra. Sono.

Quanto sono “bucabili” i siti internet e le aziende che gestiscono i nostri dati in formato elettronico?

Tutto si sposta on line: e la sicurezza dei dati?

Tra un dibattito sulla vaccinazione per i bambini e l’altro sull’omeopatia definita come “acqua fresca”, c’è la realtà del mondo che” va avanti uguale”, come dice il mio amico filosofo,  “con o senza noi in modo tale e quale”.

E la realtà ci dice che ci stiamo spostando tutti, chi più chi meno (in Italia “meno”, soprattutto la Pubblica Amministrazione) verso un mondo fatto di comportamenti , attività, lavori, acquisti, tutti sul web, on-line, digitalizzati, smaterializzati, elettronici (le fatture) e questo provoca ben altri “virus” e rischi.

Rischi, apparentemente  meno dolorosi di una poliomelite o tbc o epatite che riporti il tasso di mortalità infantile agli anni ’30 come vorrebbe qualcuno, ma sicuramente non meno gravidi di conseguenze.

Il garante della Privacy, Corriere, pagina 27, continua  a dire quello che nessuno ha né il coraggio, né l’ardire di affermare, forse perché spaventa i cittadini e soprattutto i consumatori che andando sul sito dove mettono i propri dati personali  per effettuare i pagamenti, rassicurati dalla scritta “questo è un sito sicuro”, non sarebbero proprio sereni leggendo la scritta “sì, ma non abbiamo mai fatto dei penetration test seri indipendenti e non abbiamo neanche la certificazione ISO 27000 per la gestione della sicurezza dei dati” e tutta una serie di strumenti che sono requisiti minimi e ci sono e dovrebbero essere resi obbligatori”.

E se anche non ci andiamo su questi siti, illusi dall’innalzamento a 3000 euro dell’uso dei contatti, avviene che periodicamente l’hacker di turno spesso ancora fresco di scompensi ormonali puberali, entra viola i dati di un ospedale delle cartelle sanitarie, l’elenco dei correntisti di una banca, la posta elettronica di Hillary o l’account di Twitter di Obama e chi più ne ha più ne metta, soprattutto se gli hacker sono russi.

Se le aziende tradizionali si tutelano sulla privacy, possibile che non ci sia una legge che obblighi davvero a questi standard chi opera sul web?

Se il Consulente Senior ha 33 anni….

Mercato del lavoro: con questi profili sei vecchio anche a 30 anni

Mercato del lavoro: con questi profili sei vecchio anche a 30 anni

Caro Beppe, l’evoluzione del mercato del lavoro accelera grazie anche alla nuova legislazione del lavoro, e, come consulente ricercatore, sto conducendo per un cliente uno studio sugli strumenti digitali sviluppati per far incontrare i candidati e le aziende, la domanda e l’offerta. In effetti la discussione della settimana sul “Corriere”, e cioè l’amara considerazione che noi 50enni non abbiamo mercato nelle ricerche, trova conferma: chi ha professionalità spendibile sul mercato si mette in proprio con la Partita Iva, spesso guadagnando netto meno di un cameriere poiché ci dobbiamo pagare da soli tutti i contributi, gli altri cambiano vita e fanno tutt’altro rispetto a ciò che hanno studiato e come esperienza di lavoro. Ma non è che dal mio studio quelli di 40 o 30 anni se la passino meglio! Infatti, se gli strumenti evolvono verso i modelli usati all’estero, a mettere gli annunci restano sempre gli stessi inserzionisti di prima. Come diavolo fa un “Contabile Senior” ad avere massimo 33 anni, esperienza di 6 anni, iscrizione ad albo professionale e profonda conoscenza di una svariata sequela di applicativi e norme tributarie e giuridiche? Lo stesso vale per un “Consulente Senior” di 33 anni. Senior? Ci sono anche profili con indicato “massimo 29 anni”. Ovviamente inglese fluente per tutti! Si sono dimenticati l’esperienza internazionale, magari in multinazionali, un master, e magari una esperienza di volontariato o sportiva. Dunque uno si laurea, se è al top a 22-23 anni circa poi va a lavorare all’estero per avere l’inglese fluente, fa un master, 3 anni per l’abilitazione, 6 anni di lavoro, magari corsi informatici e sulla legislazione, insomma prima dei 35-40 non arriverà mai a questi requisiti. Ma se fosse un genio davvero e ci arriva a 30 anni, pensate che venga da voi in Italia a lavorare come “Senior” per 1.300 euro netti base più bonus a risultato?

Il coraggio di restare di Grazia Lissi – Longanesi Editore

Il coraggio di restare

Il titolo di questo libro può trarre in inganno. “Restare”, per un’azienda non significa solo mantenere la produzione in Italia quando tutto ti dice che i costi sono poco competitivi, e la burocrazia insostenibile, oppure figli che raccolgono il testimone del fondatore, magari improvvisamente, e devono dimostrare di essere imprenditori, loro, che l’azienda la ereditano e non l’hanno creata con le proprie mani e cioè devono “restare sul mercato”, resistere alla tentazione di vendere, di cedere il timone a un gruppo interessato all’acquisto.

Anzi, è spesso il contrario: la mancanza di queste sfide, di difficoltà apparentemente insormontabili, di questi ostacoli imprevisti, è la ragione della vera crisi di molte aziende che non hanno l’occasione o il momento di svolta che ti obbliga a cogliere le nuove sfide e soprattutto a domandarti quali siano le ragioni profonde del successo di una idea imprenditoriale o di un prodotto in un dato momento storico.

Grazia Lissi è giornalista e fotografa, non è aziendalista o economista di impresa, e, forse per questo, riesce a darci un saggio sapientemente distillato di genuina analisi degli “spiriti animali”, della passione che porta persone anche senza formazione accademica a creare un vero e proprio mondo grazie alla spinta irresistibile della volontà di intrapresa, questa scintilla che accende una reazione a catena incontrollabile verso l’eccellenza nel mondo, verso la creazione del valore.

Questo mondo fatto di famiglie, di sogni, di progetti, di relazioni, di informazioni, di particolari per altri insignificanti, di dettagli sui quali costruire un vero e proprio nuovo modo di vedere la realtà, ribaltando spesso luoghi comuni come “si è sempre fatto così” oppure “non c’è spazio” o “i giochi sono fatti”.

L’imprenditore e l’azienda, emergono in questo libro come un binomio inscindibile più comprensibile come “la personalità di un essere umano e le sue intuizioni”, un personaggio creativo, soprattutto nella versione Made in Italy, in ogni aspetto anche delle relazioni umane con clienti, fornitori e collaboratori, che non segue la corrente, ma anticipa il cambiamento, ribaltando le regole ritenute ferree, e, spesso creando nuove regole che tutti gli altri non potranno che inseguire.

Quando gli italiani trovano odiosa una tassa, non c’è teoria accademica che tenga…

Tasse sulla casa: gli italiani non le sopportano

Tasse sulla casa: gli italiani non le sopportano

Caro Beppe, cari Italians, non si può certo eccepire nulla alla tua risposta a Walter Colzani (“Renzi e l’abolizione della tassa sulla prima casa” – http://bit.ly/1ESp6bW ). In tutta Europa c’è una tassa sulla prima, sulle seconde case un’imposta di proprietà, una patrimoniale a rate. E’ la prima che Renzi vuole abolire, l’imposta sulla prima casa di proprietà, quella in cui tutti noi anche i più randagi e vagabondi devono vivere. Vale 3.5 miliardi di euro. Qualcosa che certo non ha un peso rilevantissmo sui 1.600 miliardi di PIL come riduzione della pressione fiscale: 0,2%. Nomisma che certo è molto competente e rigorosa nello studio, ha chiarito che abolire quest’imposta non redistribuisce equamente il reddito, insomma 180 euro in un anno non cambiano la vita di una famiglia media, e si rischia di regalarne 10 volte a una famiglia ricca. Meglio tagliare imposte sui redditi bassi, meglio decontribuire il nuovo sano lavoro. Tutti d’accordo? I miei studi universitari di scienza delle finanze dicono di sì. Peccato che poi sono entrato per 25 anni nella realtà italiana, come consulente di piccole e medie imprese, delle libere e autonome professioni, dietro alle quali ci sono 8 famiglie su 10. L’equità è una bella parola. Ma parliamo della realtà: gli italiani non ragionano così. Gli italiani se trovano odiosa e insopportabile una cosa, sono capaci di fare lo sciopero dei consumi e francamente non so dargli torto: tassare la proprietà che uno non usa certo per fare l’immobiliarista, la prima casa, è stata in realtà una imposta sul reddito, poiché è con il reddito che si paga, soprattutto i ceti popolari. Ed è stato fatto in luogo di tagliare l’enormità degli sprechi. 25 miliardi di imposte, di cui 4 sulla prima casa, 2% del PIL, un bel fardello di imposte in più proprio all’inizio della peggiore recessione dal 1929. E qui non bisogna essere Lafferiani come il premier Israeliano all’Expo per capire che si è affamata la mucca che ci dava il latte, anzi abbiamo rischiato di mangiarcela tutta quell’unica mucca che abbiamo. Il nostro amato Paese

Expo…co inglese all’EXPO 2015!

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All’Expo 2015 ecco una delle eccellenze della produzione del made in Italy: il cioccolato.
Un po’ meno eccellente la traduzione in inglese: proprio non “pervenuti” sono questi Wild Barries.
L’improvvisazione e il pressapochismo italiano la fanno ancora da padroni ed è anche in queste cose che si trovano le ragioni profonde della stagnazione economica: il supporre di conoscere bene una lingua o che “il nipote” o “la cognata” laureati in lingue sappiano veramente essere autori di un testo.
Anche i traduttori professionisti e le agenzie di traduzioni sono parte dell’eccellenza del made in Italy che esporta: non era meglio usufuirne invece di fare certe figure?

Fitto e i Conservatori Riformisti, ossimori in libertà

Fitto e i Conservatori Riformisti, ossimori in libertà

Caro Beppe, Raffaele Fitto ha lanciato il suo nuovo partito: i Conservatori Riformisti. Per rispondergli con un altro ossimoro, Fassina, Landini, Civati e Vendola potrebbero dissotterrare il “partito di lotta e di governo” di bertinottiana memoria. E i DL-Margherita, se li ricorda? Democrazia E’ Libertà! Dimenticando che nella Repubblica Democratica Tedesca, per esempio, “le vite degli altri” non erano né libere né democratiche.

I nomi dei partiti sono come le partecipazioni di nozze: quanto di più prevedibile e retorico esista sulla faccia della terra. E se si cerca d’essere originali è peggio. Certo, potremmo chiedere ai Liberali di essere liberi, ai Riformatori di riformare, ai Democratici di rispettare sempre la democrazia. Ma ci riderebbero in faccia. Più di quanto già facciano, intendo.
Beppe Severgnini