Marketing digitale e tradizionale: per chi ha successo non c’è differenza

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Il marketing digitale ha indubbi vantaggi rispetto a quello tradizionale, tra i quali i più importante è la disponibilità dei dati:

  • dati di analisi in tempo reale per misurare il mercato potenziale: il business di Google, di Amazon, di Trip Advisor, di iCoyote è la vendita di dati
  • dati sul mercato della comunicazione, degli influenzatori e della stampa, delle informazioni, i market place frequentati dal buyer potenziale,
  • dati immediati di misurazione dell’efficacia di ogni azione, di vendita, di comunicazione, di ricerca di relazioni

Tutto ciò consente di costruire un piano di marketing e di comunicazione “a ritroso” cioè partendo dal risultato voluto e dai dati disponibili e risalendo fino al prodotto/servizio, alla distribuzione, alla comunicazione, al prezzo e al posizionamento.

L’effetto più interessante del marketing digitale è stato quello di mettere in crisi il mercato pubblicitario complessivo che, oltre a spostarsi verso il digitale, si contrae perché non si va più a tentativi o a intuizioni, ma banalmente dai dati.

Ma c’è qualcosa di diverso dal marketing tradizionale? L’analisi della catena di valore dell’azienda che si propone di vendere un prodotto o servizio e di quella del cliente/consumatore potenziale è comunque un fattore critico di successo. Nel BtoB la mappatura e l’analisi di tutti i fattori critici del cliente potenziale, del profilo del buyer, della tecnologia, delle strategie del settore al valle, degli scenari, del rischio, dell’organizzazione di vendita e della sua efficacia sono e restano tutte attività critiche.

Semplicemente, in un mondo digitale, ci si accorge che l’aggiornamento del sistema prodotto/servizio e dell’efficacia dell’organizzazione e del piano di azione commerciale è più frequente poiché gli orizzonti temporali sono sempre più brevi, il riscontro immediato, la retroazione quasi istantanea, il controllo e l’aggiustamento sono in tempo reale.

Ma in fondo chi ha avuto successo non l’ha sempre fatto?

Noi vogliamo la qualità di un lavoro fatto a regola d’arte e professionale, ma non vogliamo pagarla.

La mia amica e quell’annuncio di lavoro

Caro Beppe, a proposito della lettera di Marco Baronti (“Alessandro, 20 anni: a Londra visto e preso, qui invece…”, http://bit.ly/2i5yL4l ) e della tua risposta sulla necessità di fare attenzione nelle relazioni di lavoro, ho un episodio da raccontare. Un’amica qualche mese fa trova un annuncio di lavoro su un sito di annunci: una catena alberghiera inglese di lusso che aprirebbe un albergo a Milano. Poiché siamo stati colleghi di lavoro in passato, mi vuole citare come referenza e mi avvisa correttamente: e per sua fortuna! Il fatto sta che mi gira una mail con allegato un questionario da compilare con alcuni dati personali, e, osservando bene la grafica, i loghi, ma soprattutto notando errori di inglese – e più di tutto la richiesta di pagare un “fee” per il permesso di lavoro cosa che non si applica a un cittadino comunitario – mi viene più di un dubbio e la invito a telefonare direttamente a Londra. Inutile dire che sul sito inglese c’era il contatto diretto con l’ufficio personale, inutile dire che ovviamente rispondono sempre al telefono e a tutti, e purtroppo, inutile anche dire che era un annuncio falso, mirato a raccogliere dati e soldi in forma seriale. Ho rimproverato l’amica per aver creduto che su un sito così un marchio del lusso quel genere mettesse annunci di lavoro, a non aver guardato bene con attenzione il testo, la forma, le immagini, il contesto. E come dici tu, se ci fossero state, anche le facce dei personaggi. Sai qual è (anche) il problema? E’ che (soprattutto in Italia) nessuno vuol mai (e – col web e le app – più) pagare un servizio di un professionista, che sia una seria agenzia di selezione o immobiliare, un notaio scrupoloso o un avvocato corretto, un programmatore, un formatore o un traduttore certificati, un giornalista, un grafico o un consulente o un architetto qualificati. Noi vogliamo la qualità di un lavoro fatto a regola d’arte, ma non vogliamo pagarla.

ODIFREDDI, CRAVATTE E STUPIDITÀ

ODIFREDDI, CRAVATTE E STUPIDITÀ

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Caro Beppe, nel suo ultimo “Dizionario della stupidità”, nel solco dell’atteggiamento italiano ben descritto da Guicciardini (il “particulare”, cioè curarsi solo del proprio orticello), Piergiorgio Odifreddi include l’indossare una cravatta tra le stupidità che commette il genere umano; e lo fa perché non trova l’algoritmo o la logica che porta ad indossarla, così come non trova rappresentazione cartesiana o booleana per cosette da niente come la fede, l’amore, l’amicizia o l’arte. In pratica ciò che ci rende esseri umani. Tutto questo con buona pace di un sistema moda italiano da 60 miliardi di produzione, saldo della bilancia a + 9 miliardi di cui 400 milioni proprio in cravatte; l’onda attuale apparentemente è quella dei “vaffa”, e il matematico pensa così di vendere più libri. Io, pensando ai molti lavoratori, ma soprattutto agli artisti notissimi dell’arte serica italiana dell’accessorio stupido (da Renzo Tramaglino “filatore di seta” in qua), oggi invio la foto del mio ultimo acquisto di cui vado molto fiero e chioso: ma ve li immaginate i Blues Brothers senza cravatta?

 

In un Paese in cui la Crusca dice che il congiuntivo è un dettaglio le persone riflettono con gli specchi!!

“I temi che il Presidente ha invitato a riflettere”

“I temi che il Presidente ha invitato a riflettere”

Caro Beppe, mi unisco al grido di dolore sul deterioramento progressivo dell’italiano da parte dei giornalisti, quando non bastasse la cattiva preparazione sui temi di cui si occupano. Proprio l’altro giorno al GR1 mentre guidavo mi è capitato di sentire questa perla: “Questi sono i temi che il Presidente della Repubblica durante l’incontro con i rappresentanti delle istituzioni ha invitato a riflettere”. Ero preso dalle nebbie delle provincia di Reggio Emilia nel tentativo di raggiungere l’autostrada, e sono scoppiato a ridere immaginandomi i rappresentanti delle istituzioni che, dotati di specchi, cercavano di riflettere i temi suddetti illuminanti! Bisogna prenderla così, sul ridere, parafrasando la battuta del film “In & Out” e sentenziando: “Poveri Dante, Petrarca, Boccaccio e Manzoni. Meno male che sono morti: questi giornalisti li avrebbero uccisi!”.

Gianluigi Melesi, gmelesi@hotmail.it

La vittoria di Trump e la lezione per il Marketing: utilizzare i dati e colpire le singole nicchie per vincere la partita complessiva

Senza i dati si va solo a sensazioni, o peggio, a speranze.

http://www.cedec-pmi.it/it/blog/la-vittoria-di-trump-e-la-lezione-il-marketing-utilizzare-i-dati-e-colpire-le-singole-nicchie

La vittoria di Donald Trump nelle elezioni americane ha sorpreso tutti i cosiddetti “isti” e cioè analisti, sondaggisti, giornalisti, economisti e opinionisti. Persino le agenzie di scommesse sono restate spiazzate dal netto successo.

Una delle elezioni più sorprendenti della lunga storia elettorale americana, e non solo, è una vera e propria lezione per il marketing.

Ma non dovrebbe essere tale per chi in realtà dovrebbe conoscere e utilizzare a fondo e bene i dati interpretandone la potenzialità.

Ma proviamo a individuare e interpretare nell’ottica delle 4P del marketing quelli che sono stati gli errori più grossolani commessi dai democratici.

A cominciare dal prodotto elettorale cioè hanno attribuito al candidato avversario una poca “votabilità” che in realtà si è manifestata proprio sul loro stesso candidato.

Il vero prodottogeneralista” “trasversale” e allo stesso tempo personalizzato è stato il candidato fuori dai partiti, considerato popolare più che populista dal corpo elettorale.

Sulla comunicazione l’errore più grande è stato fare pubblicità comparativa negativa esaltando proprio le caratteristiche attraenti per l’elettore del “prodotto” concorrente.

Evidentemente, poi, anche la distribuzione, cioè i canali che Trump ha usato per far conoscere e apprezzare il prodotto sono stati più coerenti di quelli dei democratici, poiché gli Stati decisivi sono quelli col voto dei ceti bassi più sensibili alla crisi industriale degli USA.

Il prezzo nelle elezioni è rappresentato dalla politica economica: gli elettori dimenticano velocemente la precedente amministrazione e la crisi economica da cui sono stati salvati, e, anzi, quella parte degli elettori decisiva era parte di coloro i quali non hanno ancora recuperato il reddito ante 2009, prima della crisi. Non tutti: ma quella parte più importante per vincere.

Le elezioni americane – che sono anche un business rilevante nell’economia americana dalle primarie alla campagna vera e propria – hanno mostrato quindi vari errori commessi da chi ha perso, e capacità scelte oculate e vincenti da parte di chi diventerà Presidente.

Grazie ai numeri, ai dati e alle analisi si è ragionato non sulla massa, ma su singoli gruppi di nicchie di elettori decisivi, studiando bene i punti di forza e di debolezza della proposta concorrente in termini di offerta, utilizzando canali di comunicazione e mezzi e persino il linguaggio coerenti con il mercato obiettivo e non “corretti” o “piacevoli” in sé.

Tutto questo grazie alla capacità di raccogliere e selezionare dati, analisi, informazioni elaborando ipotesi di lavoro proprio come in una azienda quando si decide su come far proprio un mercato obiettivo: il vero e proprio know-how strategico commerciale.

Le armi della tecnica, di cui il web è solo l’ultimo arrivato, ci rivelano per quello che siamo

“L’umano ‒ io e voi ‒ è essenzialmente (e non accidentalmente) un imbecille, un animale inerme, privo di bastone (in-baculum), e dunque bisognoso di quelle armi che sono la tecnica, la cultura, l’arte e la scienza, insomma di quello che tanto confusamente si chiama «mondo dello spirito». Armi a doppio taglio, che da una parte suppliscono alle sue deficienze, e dall’altra lo rivelano per quello che è.”

libro-ferraris

Il turismo delle camminate: opportunità a condizione di creare le infrastrutture

SULLA VIA FRANCIGENA: 32 KM A PIEDI IN 6 ORE

Ho utilizzato un’app per calcolare la distanza percorsa a piedi in una giornata, una domenica test di un ipotetico cammino lungo una strada dei pellegrini, una tappa della via Francigena. Ho percorso dunque in 6 ore circa 32 km a piedi alla media di 5.1 km/h tra le 10 e le 18. PS: niente illusioni, alle 1671.6 calorie consumate vanno tolte quelle in ingresso poiché è necessario comunque fermarsi a mangiare. PPS: la camminata è una forma di turismo che necessiterebbe infrastrutture, avendo letto le guide spesso i tratti non sono come quello che ho percorso io di fianco alla ciclopedonale, ma in mezzo ai campi, lungo strade anche pericolose, magari senza bar, al rischio di essere attaccati da cani o peggio. Però così si vede veramente l’Italia e non è niente male!