Matteo Renzi ha annunciato un taglio fiscale negli anni 2016-2018 (quelli per arrivare alla fine della legislatura) pari al 2-3% del PIL, 50 miliardi, e di riportare la pressione fiscale al 40-41%, al valore del 2000. Questa volta però – finalmente!!! – ci sarà anche il corrispettivo taglio della spesa pubblica per finanziare l’operazione, il che è opportuno vista la crescita della spesa stessa dell’8% in tre anni, il che ha effetto recessivo e non espansivo visto la pressione fiscale. In questo modo il Premier confida di irrobustire la debole crescita attuale e soprattutto di far calare finalmente la disoccupazione. Personalmente, ritengo che andrebbe tutto fatto in un anno e non tre, poiché le condizioni favorevoli di petrolio basso, tassi bassi, Euro competitivo e liquidità della BCE potrebbero svanire in breve bruciando gli effetti. I governi inglesi insegnano: la politica economica si fa nei primi due anni e poi si raccolgono i risultati. Ma se si vuole che l’economia riprenda decisamente è necessario, oltre che un taglio al peso fiscale, operare una decisa semplificazione. Sulla scorta di quanto è successo nel 2015 con l’introduzione della certificazione unica, avrei una proposta. Come si è fatto con i redditi da locazione, si potrebbe far operare le ritenute sui redditi di professionisti e autonomi, e versarne gli importi al fisco, direttamente dalle banche, istituendo un bonifico specifico obbligatorio (abolendo assegni e contanti). In questo modo le imprese e i sostituti di imposta non dovrebbero perdere sempre più tempo e denaro in certificazioni annuali uniche telematiche, acquisto programmi software e modelli di versamento e il fisco conoscerebbe le entrate in tempo reale. Questo accompagnerebbe anche i redditi autonomi verso l’eliminazione della dichiarazione dei redditi e lo Stato conoscerebbe in tempo reale la situazione del contribuente, potendosi concentrare solo sugli evasori. Troppo semplice per essere fatto in Italia?
Author Archives: Gianluigi Melesi
Italia ancora al 92% rispetto al PIL pre-crisi 2008.
Il PIL inglese cresce dello 0,7% nel secondo trimestre 2015, il decimo consecutivo di crescita, con una tendenza annua al 2.6%. Il Regno Unito si consolida come sesta potenza economica mondiale e ormai stabilmente sopra al valore pre-crisi del 2008. L’Italia? E’ ancora al 92% rispetto al 2008 pre-crisi: ormai unico Paese del G7 a non aver ancora recuperato il gap. I tagli fiscali servono, ma non bastano: occorre tagliare di pari passo anche la spesa pubblica. E farlo subito non in tre anni: altrimenti al primo cambio di condizioni favorevoli, come tassi bassi e costo basso del petrolio, la crescita sarà impossibile.
Il postino suona sempre… ogni due giorni!
http://www.corriere.it/lettere-al-corriere/15_luglio_03/Sempre-piu-a-rilento_bd6973fc-2142-11e5-be97-5cd583b309bb.shtml
Il costo degli invii postali è aumentato del 50% e aumenterà ancora mentre diversi uffici chiudono. In attesa della liberalizzazione del settore, le poste effettuano le consegne in molte zone ogni due giorni. E quel postino che suonava sempre due volte sarà già tanto vederlo due volte a settimana…
Improvvisamente l’estate scorsa… la Corte Costituzionale si accorse dei vincoli di bilancio
Con la sentenza che dichiara illegittimo il blocco dei contratti pubblici, questa volta la Corte costituzionale si accorge che i vincoli di bilancio rendono in pratica inopportuno ciò che è teoricamente giusto. Se Governo, Parlamento e Consulta negli ultimi 30 anni si fossero attenuti allo stesso principio, non avremmo un debito pubblico di circa 2.200 miliardi, che rende sempre meno sostenibili proprio gli aumenti di cui si discute.
Come sanno gli studenti del primo anno di Economia, il debito pubblico non è altro che una imposta differita che prima o poi va pagata. Il poi è adesso, a meno di ripensare completamente il welfare europeo e ragionare sull’opportunità davvero di liberare risorse private per la crescita con una pressione fiscale più bassa.
Expo…. degli strafalcioni linguistici! “only italian’s food”?? Help!!
Il parcheggio per cani
Questo esercito di diplomati o laureati in comunicazione-something
Questo esercito di diplomati o laureati in “comunicazione something”
Negli anni ’80 i futuri adulti volevano fare il grafico pubblicitario; poi fu la volta, negli anni ‘90 dell’informatica, e i pargoli, in famiglia, quando si chiedeva loro “cosa vuoi studiare?”, con lo stesso tono di voce con cui le italmamme chiedono: “cosa vuoi di cena, amore?” al loro bimbo (fosse pure già dotato di barba e principio di alopécia), rispondevano: “il computer”. Col nuovo millennio, dopo folle di grafici e programmatori disoccupati, è stata la volta dei “mediatori culturali” o degli “psicopedagoghi” o di senza lavoro diplomati o laureati in “comunicazione something” . Ora, all’orizzonte si addensano nuove nubi nerissime: quelle del marketing digitale, e ci sono già più master, corsi, specializzazioni, convegni e forum, testi e workshop, guru e start-up dei funghi porcini incolti in Norvegia dall’epoca di Chernobyl in qua. La faccio breve: c’è gente che paga migliaia di euro per imparare che “se tu fai un blog dove far accedere i potenziali acquirenti attirati dalla densità dei tuoi interventi postati su community tematiche, dando ad essi contenuti di valore ti crei una mailing list e potrai vendere il prodotto e servizio essendoti creato un bacino d’utenza”. Secondo i “maître à penser” il futuro è fatto di gente che si iscrive e lascia i propri dati su migliaia, milioni di blog in internet per poter scaricare i contenuti a “valore aggiunto” e “dire la propria” sui vari temi ai vari blogger sconosciuti, non bastando le decine, centinaia di password e ID che le famiglie devono conservare per pagare imposte, usare il conto bancario, fare la dichiarazione dei redditi, attivare la sosta, interagire con l’INPS, gestire la posta personale e aziendale, fare l’assicurazione auto, comprare biglietti di viaggio… Siete avvertiti: persino le famiglie italiane hanno capito che per spendere meno bisogna consumare meno e non “andare al centro commerciale per spendere di più così spendiamo meno”. Il resto verrà di conseguenza.
Epistola a Tiberio: presentazione del libro a Milano, Libreria Lirus
Nel periodo della Fiera del Libro e in un momento tanto difficile per l’editoria, è bello vedere la libreria Lirus di Milano piena zeppa (anche di molti giovanissimi) per la presentazione del romanzo d’esordio EPISTOLA A TIBERIO, di R.C. Miradoli.
Viva i libri “impegnativi”
Caro Beppe, non sono convinto fino in fondo dal tuo pezzo “Perché tanti italiani non leggono libri?” ( http://bit.ly/1dcZLwu ) uscito in occasione della giornata mondiale del libro. Sottoscrivo il 99%, ma chi non legge libri perché legge altro non è un lettore, e abbassare il livello o cercare di scimmiottare il ritmo e l’interattività di un computer connesso a internet, far parlare il libro come un attore romano di una serie televisiva, per avvicinarsi alla realtà, non convincerà la gente a leggere sulla carta, semmai farà perdere altri lettori, cosa puntualmente avvenuta negli ultimi cinque anni, poiché questo hanno fatto gli editori. Quanto poi ai libri “impegnativi” che spaventerebbero i lettori, gli editori devono capire che la gente non può buttare via 17 euro per 200 paginette scarse scritte larghe e usa e getta. Al contrario a mio modo di vedere – e posso sicuramente sbagliare – più è impegnativa, ambiziosa, corposa l’opera (ma scritta bene, scorrevole, immediata nella lettura) e più l’acquirente del libro avrà impressione di aver speso bene i soldi e penserà a quel libro come a un film che ci soffermiamo a guardare ogni volta che passa sullo schermo, anche se l’abbiamo già visto decine di volte. Se c’è chi preferisce le avventure all’amore per sempre, insomma, non è che rendo più affascinante l’amore trasformandolo in una scappatella, poiché quella c’è già. E l’amore per il libro è da sempre e per sempre e incondizionato. Non è per tutti? E’ per pochi fortunati? Vive la différence!
Turchia: non delusione. Disillusione.
Caro Beppe, riguardo alla Turchia, non capisco quale sia la delusione di cui parli, forse c’è solo in chi si era illuso, questo sentimento ora più disincantato. In primo luogo le istituzioni comunitarie (“La categoria della delusione” – http://bit.ly/1JMmAle ). Io sono europeista al 101%: ma proprio per questo so riconoscere in pochi istanti ciò che può essere patrimonio comune, e qui c’è molto poco. E’ uno stato laico rispetto agli altri stati islamici? Ma non si tratta di popolazioni arabe, il paragone non regge. A delusione preferisco disillusione come termine, quando si tratta come in questi casi di fare i conti non tanto con la realtà, ma con una visione idealista del mondo. Si tratta senz’altro di un Paese vicino alla cultura europea storicamente, ma pensare che avrebbe abbracciato baldanzosamente i parametri “occidentali” sui diritti civili delle minoranze (gay perseguitati, donna ritenuta inferiore, altre religioni malamente tollerate) e umani è stata la grande baggianata degli eurocrati. E’ un Paese in crescita verticale economicamente, e si spera che la crescita del tenore di vita e la modernità porteranno le prossime generazioni a riconsiderare la propria scelta di dare una maggioranza assoluta a un Erdogan che, pur eletto democraticamente, apre e chiude i giornali a suo piacimento, arresta oppositori politici, oscura i siti di libera espressione d’opinione e la cui moglie è andata in Europa (e non si sono sentite voci di protesta) a dire che la donna è inferiore, destinata a figliare e sottomessa all’uomo. E pertanto è giusto che le figlie femmine siano private dell’eredità in favore dei figli maschi. Tornando oggi in Turchia a distanza di dieci anni, anche solo a Istanbul (per non parlare della provincia profonda) si nota intolleranza crescente per il consumo anche modico di alcol, la progressiva islamizzazione di ogni ambito sociale il tutto volto a ritornare a dominare culturalmente i Paesi ritenuti vicini. Non quelli europei. Quelli del nord Africa e mediorientali. Di religione musulmana.
