Caro Beppe, cari Italians, Laura Soliveri ci dice nel suo intervento che i migranti non servono per pagarci la pensione (“La moda del “servono i migranti per pagarci la pensione”- http://bit.ly/1QdxCGo ). I numeri la smentiscono. Siamo a 4.5 milioni di cittadini stranieri, pari a oltre il 12% dei cittadini che versano contributi. Quanto percepiscono questi stranieri di pensione? Poco o nulla. Al momento sono molto giovani e poi si sa: devi almeno lavorare fino a 65 anni, che diventeranno poi 70, e versare un minimo di tot anni di contributi, come gli italiani. I lavoratori extracomunitari che rientrano nei Paesi di origine, poi, cessando l’attività lavorativa in Italia, non possono chiedere la liquidazione dei contributi versati. Ogni anni quindi abbiamo 15-18 miliardi solo di versamenti loro, oltre naturalmente alle imposte dirette, il che significa che il contributo all’economia è veramente determinante, a parte il fatto che senza questi versamenti l’INPS fallirebbe in due mesi. Nessuno è stato obbligato ad assumere extracomunitari, nessuno straniero è stato obbligato a lavorare per i datori di lavoro: evidentemente questo è un fatto, e sono sicuro che in un Paese in cui il presidente dell’associazione calcio parla di mangiatori di banane, semmai è vero il contrario: e cioè che a molti stranieri è stato di fatto impedito di lavorare per pregiudizio, razzismo, omofobia e diffidenza. Mi dispiace molto per Laura Soliveri, ma i numeri non sono né di destra né di sinistra. Sono.
Author Archives: Gianluigi Melesi
Quanto sono “bucabili” i siti internet e le aziende che gestiscono i nostri dati in formato elettronico?
Tra un dibattito sulla vaccinazione per i bambini e l’altro sull’omeopatia definita come “acqua fresca”, c’è la realtà del mondo che” va avanti uguale”, come dice il mio amico filosofo, “con o senza noi in modo tale e quale”.
E la realtà ci dice che ci stiamo spostando tutti, chi più chi meno (in Italia “meno”, soprattutto la Pubblica Amministrazione) verso un mondo fatto di comportamenti , attività, lavori, acquisti, tutti sul web, on-line, digitalizzati, smaterializzati, elettronici (le fatture) e questo provoca ben altri “virus” e rischi.
Rischi, apparentemente meno dolorosi di una poliomelite o tbc o epatite che riporti il tasso di mortalità infantile agli anni ’30 come vorrebbe qualcuno, ma sicuramente non meno gravidi di conseguenze.
Il garante della Privacy, Corriere, pagina 27, continua a dire quello che nessuno ha né il coraggio, né l’ardire di affermare, forse perché spaventa i cittadini e soprattutto i consumatori che andando sul sito dove mettono i propri dati personali per effettuare i pagamenti, rassicurati dalla scritta “questo è un sito sicuro”, non sarebbero proprio sereni leggendo la scritta “sì, ma non abbiamo mai fatto dei penetration test seri indipendenti e non abbiamo neanche la certificazione ISO 27000 per la gestione della sicurezza dei dati” e tutta una serie di strumenti che sono requisiti minimi e ci sono e dovrebbero essere resi obbligatori”.
E se anche non ci andiamo su questi siti, illusi dall’innalzamento a 3000 euro dell’uso dei contatti, avviene che periodicamente l’hacker di turno spesso ancora fresco di scompensi ormonali puberali, entra viola i dati di un ospedale delle cartelle sanitarie, l’elenco dei correntisti di una banca, la posta elettronica di Hillary o l’account di Twitter di Obama e chi più ne ha più ne metta, soprattutto se gli hacker sono russi.
Se le aziende tradizionali si tutelano sulla privacy, possibile che non ci sia una legge che obblighi davvero a questi standard chi opera sul web?
Se il Consulente Senior ha 33 anni….
Mercato del lavoro: con questi profili sei vecchio anche a 30 anni
Mercato del lavoro: con questi profili sei vecchio anche a 30 anni
Caro Beppe, l’evoluzione del mercato del lavoro accelera grazie anche alla nuova legislazione del lavoro, e, come consulente ricercatore, sto conducendo per un cliente uno studio sugli strumenti digitali sviluppati per far incontrare i candidati e le aziende, la domanda e l’offerta. In effetti la discussione della settimana sul “Corriere”, e cioè l’amara considerazione che noi 50enni non abbiamo mercato nelle ricerche, trova conferma: chi ha professionalità spendibile sul mercato si mette in proprio con la Partita Iva, spesso guadagnando netto meno di un cameriere poiché ci dobbiamo pagare da soli tutti i contributi, gli altri cambiano vita e fanno tutt’altro rispetto a ciò che hanno studiato e come esperienza di lavoro. Ma non è che dal mio studio quelli di 40 o 30 anni se la passino meglio! Infatti, se gli strumenti evolvono verso i modelli usati all’estero, a mettere gli annunci restano sempre gli stessi inserzionisti di prima. Come diavolo fa un “Contabile Senior” ad avere massimo 33 anni, esperienza di 6 anni, iscrizione ad albo professionale e profonda conoscenza di una svariata sequela di applicativi e norme tributarie e giuridiche? Lo stesso vale per un “Consulente Senior” di 33 anni. Senior? Ci sono anche profili con indicato “massimo 29 anni”. Ovviamente inglese fluente per tutti! Si sono dimenticati l’esperienza internazionale, magari in multinazionali, un master, e magari una esperienza di volontariato o sportiva. Dunque uno si laurea, se è al top a 22-23 anni circa poi va a lavorare all’estero per avere l’inglese fluente, fa un master, 3 anni per l’abilitazione, 6 anni di lavoro, magari corsi informatici e sulla legislazione, insomma prima dei 35-40 non arriverà mai a questi requisiti. Ma se fosse un genio davvero e ci arriva a 30 anni, pensate che venga da voi in Italia a lavorare come “Senior” per 1.300 euro netti base più bonus a risultato?
Il coraggio di restare di Grazia Lissi – Longanesi Editore
Il titolo di questo libro può trarre in inganno. “Restare”, per un’azienda non significa solo mantenere la produzione in Italia quando tutto ti dice che i costi sono poco competitivi, e la burocrazia insostenibile, oppure figli che raccolgono il testimone del fondatore, magari improvvisamente, e devono dimostrare di essere imprenditori, loro, che l’azienda la ereditano e non l’hanno creata con le proprie mani e cioè devono “restare sul mercato”, resistere alla tentazione di vendere, di cedere il timone a un gruppo interessato all’acquisto.
Anzi, è spesso il contrario: la mancanza di queste sfide, di difficoltà apparentemente insormontabili, di questi ostacoli imprevisti, è la ragione della vera crisi di molte aziende che non hanno l’occasione o il momento di svolta che ti obbliga a cogliere le nuove sfide e soprattutto a domandarti quali siano le ragioni profonde del successo di una idea imprenditoriale o di un prodotto in un dato momento storico.
Grazia Lissi è giornalista e fotografa, non è aziendalista o economista di impresa, e, forse per questo, riesce a darci un saggio sapientemente distillato di genuina analisi degli “spiriti animali”, della passione che porta persone anche senza formazione accademica a creare un vero e proprio mondo grazie alla spinta irresistibile della volontà di intrapresa, questa scintilla che accende una reazione a catena incontrollabile verso l’eccellenza nel mondo, verso la creazione del valore.
Questo mondo fatto di famiglie, di sogni, di progetti, di relazioni, di informazioni, di particolari per altri insignificanti, di dettagli sui quali costruire un vero e proprio nuovo modo di vedere la realtà, ribaltando spesso luoghi comuni come “si è sempre fatto così” oppure “non c’è spazio” o “i giochi sono fatti”.
L’imprenditore e l’azienda, emergono in questo libro come un binomio inscindibile più comprensibile come “la personalità di un essere umano e le sue intuizioni”, un personaggio creativo, soprattutto nella versione Made in Italy, in ogni aspetto anche delle relazioni umane con clienti, fornitori e collaboratori, che non segue la corrente, ma anticipa il cambiamento, ribaltando le regole ritenute ferree, e, spesso creando nuove regole che tutti gli altri non potranno che inseguire.
Quando gli italiani trovano odiosa una tassa, non c’è teoria accademica che tenga…
Tasse sulla casa: gli italiani non le sopportano
Caro Beppe, cari Italians, non si può certo eccepire nulla alla tua risposta a Walter Colzani (“Renzi e l’abolizione della tassa sulla prima casa” – http://bit.ly/1ESp6bW ). In tutta Europa c’è una tassa sulla prima, sulle seconde case un’imposta di proprietà, una patrimoniale a rate. E’ la prima che Renzi vuole abolire, l’imposta sulla prima casa di proprietà, quella in cui tutti noi anche i più randagi e vagabondi devono vivere. Vale 3.5 miliardi di euro. Qualcosa che certo non ha un peso rilevantissmo sui 1.600 miliardi di PIL come riduzione della pressione fiscale: 0,2%. Nomisma che certo è molto competente e rigorosa nello studio, ha chiarito che abolire quest’imposta non redistribuisce equamente il reddito, insomma 180 euro in un anno non cambiano la vita di una famiglia media, e si rischia di regalarne 10 volte a una famiglia ricca. Meglio tagliare imposte sui redditi bassi, meglio decontribuire il nuovo sano lavoro. Tutti d’accordo? I miei studi universitari di scienza delle finanze dicono di sì. Peccato che poi sono entrato per 25 anni nella realtà italiana, come consulente di piccole e medie imprese, delle libere e autonome professioni, dietro alle quali ci sono 8 famiglie su 10. L’equità è una bella parola. Ma parliamo della realtà: gli italiani non ragionano così. Gli italiani se trovano odiosa e insopportabile una cosa, sono capaci di fare lo sciopero dei consumi e francamente non so dargli torto: tassare la proprietà che uno non usa certo per fare l’immobiliarista, la prima casa, è stata in realtà una imposta sul reddito, poiché è con il reddito che si paga, soprattutto i ceti popolari. Ed è stato fatto in luogo di tagliare l’enormità degli sprechi. 25 miliardi di imposte, di cui 4 sulla prima casa, 2% del PIL, un bel fardello di imposte in più proprio all’inizio della peggiore recessione dal 1929. E qui non bisogna essere Lafferiani come il premier Israeliano all’Expo per capire che si è affamata la mucca che ci dava il latte, anzi abbiamo rischiato di mangiarcela tutta quell’unica mucca che abbiamo. Il nostro amato Paese
Expo…co inglese all’EXPO 2015!
All’Expo 2015 ecco una delle eccellenze della produzione del made in Italy: il cioccolato.
Un po’ meno eccellente la traduzione in inglese: proprio non “pervenuti” sono questi Wild Barries.
L’improvvisazione e il pressapochismo italiano la fanno ancora da padroni ed è anche in queste cose che si trovano le ragioni profonde della stagnazione economica: il supporre di conoscere bene una lingua o che “il nipote” o “la cognata” laureati in lingue sappiano veramente essere autori di un testo.
Anche i traduttori professionisti e le agenzie di traduzioni sono parte dell’eccellenza del made in Italy che esporta: non era meglio usufuirne invece di fare certe figure?
Fitto e i Conservatori Riformisti, ossimori in libertà
Caro Beppe, Raffaele Fitto ha lanciato il suo nuovo partito: i Conservatori Riformisti. Per rispondergli con un altro ossimoro, Fassina, Landini, Civati e Vendola potrebbero dissotterrare il “partito di lotta e di governo” di bertinottiana memoria. E i DL-Margherita, se li ricorda? Democrazia E’ Libertà! Dimenticando che nella Repubblica Democratica Tedesca, per esempio, “le vite degli altri” non erano né libere né democratiche.
I nomi dei partiti sono come le partecipazioni di nozze: quanto di più prevedibile e retorico esista sulla faccia della terra. E se si cerca d’essere originali è peggio. Certo, potremmo chiedere ai Liberali di essere liberi, ai Riformatori di riformare, ai Democratici di rispettare sempre la democrazia. Ma ci riderebbero in faccia. Più di quanto già facciano, intendo.
Beppe Severgnini
Renzi e il taglio fiscale: una proposta per semplificare
Matteo Renzi ha annunciato un taglio fiscale negli anni 2016-2018 (quelli per arrivare alla fine della legislatura) pari al 2-3% del PIL, 50 miliardi, e di riportare la pressione fiscale al 40-41%, al valore del 2000. Questa volta però – finalmente!!! – ci sarà anche il corrispettivo taglio della spesa pubblica per finanziare l’operazione, il che è opportuno vista la crescita della spesa stessa dell’8% in tre anni, il che ha effetto recessivo e non espansivo visto la pressione fiscale. In questo modo il Premier confida di irrobustire la debole crescita attuale e soprattutto di far calare finalmente la disoccupazione. Personalmente, ritengo che andrebbe tutto fatto in un anno e non tre, poiché le condizioni favorevoli di petrolio basso, tassi bassi, Euro competitivo e liquidità della BCE potrebbero svanire in breve bruciando gli effetti. I governi inglesi insegnano: la politica economica si fa nei primi due anni e poi si raccolgono i risultati. Ma se si vuole che l’economia riprenda decisamente è necessario, oltre che un taglio al peso fiscale, operare una decisa semplificazione. Sulla scorta di quanto è successo nel 2015 con l’introduzione della certificazione unica, avrei una proposta. Come si è fatto con i redditi da locazione, si potrebbe far operare le ritenute sui redditi di professionisti e autonomi, e versarne gli importi al fisco, direttamente dalle banche, istituendo un bonifico specifico obbligatorio (abolendo assegni e contanti). In questo modo le imprese e i sostituti di imposta non dovrebbero perdere sempre più tempo e denaro in certificazioni annuali uniche telematiche, acquisto programmi software e modelli di versamento e il fisco conoscerebbe le entrate in tempo reale. Questo accompagnerebbe anche i redditi autonomi verso l’eliminazione della dichiarazione dei redditi e lo Stato conoscerebbe in tempo reale la situazione del contribuente, potendosi concentrare solo sugli evasori. Troppo semplice per essere fatto in Italia?
Italia ancora al 92% rispetto al PIL pre-crisi 2008.
Il PIL inglese cresce dello 0,7% nel secondo trimestre 2015, il decimo consecutivo di crescita, con una tendenza annua al 2.6%. Il Regno Unito si consolida come sesta potenza economica mondiale e ormai stabilmente sopra al valore pre-crisi del 2008. L’Italia? E’ ancora al 92% rispetto al 2008 pre-crisi: ormai unico Paese del G7 a non aver ancora recuperato il gap. I tagli fiscali servono, ma non bastano: occorre tagliare di pari passo anche la spesa pubblica. E farlo subito non in tre anni: altrimenti al primo cambio di condizioni favorevoli, come tassi bassi e costo basso del petrolio, la crescita sarà impossibile.
Il postino suona sempre… ogni due giorni!
http://www.corriere.it/lettere-al-corriere/15_luglio_03/Sempre-piu-a-rilento_bd6973fc-2142-11e5-be97-5cd583b309bb.shtml
Il costo degli invii postali è aumentato del 50% e aumenterà ancora mentre diversi uffici chiudono. In attesa della liberalizzazione del settore, le poste effettuano le consegne in molte zone ogni due giorni. E quel postino che suonava sempre due volte sarà già tanto vederlo due volte a settimana…

